GUIDA GRATUITA
Costruisci la tua prima chitarra elettrica
Scarica l'ebook!

Chitarre Ibanez: La Storia Definitiva

Vedi salvati

Chitarre Ibanez: La Storia Definitiva

Mettiamocela via: quando si parla di chitarre elettriche, il nome Ibanez evoca subito immagini di manici sottili, ponti flottanti che fanno tremare il mondo e assoli che sembrano sfidare le leggi della fisica. Per anni, per molti di noi, era la chitarra da shredder, quella da metallaro, quella con cui i virtuosi facevano magie. Ma c’è molto di più dietro a questo marchio. Molto di più di quanto si possa immaginare, credetemi. E no, non è nata ieri con Steve Vai in mano. La storia delle chitarre Ibanez è un vero e proprio romanzo, pieno di colpi di scena, trasformazioni radicali e un’ostinazione tutta giapponese nel voler fare le cose per bene, anche quando si parte copiando. Io, nel mio garage, ho sempre avuto un debole per le storie dei marchi. Capire come sono nati, chi c’era dietro, quali errori hanno fatto e come sono riusciti a rimettersi in piedi, mi dà la carica. Perché se loro, con tutte le risorse del mondo, hanno sbagliato e imparato, figuriamoci noi col nostro saldatore da pochi euro. Quindi, allacciate le cinture. Questo non è un noioso elenco di date. È un viaggio attraverso il tempo, per capire come un piccolo distributore di strumenti musicali sia diventato un gigante capace di definire interi generi musicali.

Le Origini Giapponesi: Dalle Partiture alle Chitarre Classiche (Pre-1950s)

La storia di questa icona della liuteria elettrica non inizia con distorsori e manici veloci, ma con un signore di nome Matsujiro Hoshino e un negozio di musica a Nagoya, in Giappone. Era il 1908 quando Hoshino Gakki, l’azienda madre di ciò che sarebbe diventato il marchio che conosciamo, aprì i battenti. All’inizio, la loro attività principale era la distribuzione di spartiti musicali.

Immaginatevi: un Giappone che si stava aprendo al mondo, ma dove la musica occidentale, soprattutto quella per strumenti a corda, non era ancora così diffusa. Matsujiro aveva la vista lunga, e capì che c’era un mercato potenziale per gli strumenti musicali stessi.

Fu nel 1929 che Hoshino Gakki iniziò a importare chitarre spagnole prodotte da un liutaio di nome Salvador Ibáñez, dalla Spagna. Queste erano chitarre classiche di buona fattura, e il nome “Ibáñez” divenne rapidamente sinonimo di qualità nel mercato giapponese. Non era ancora il marchio che avremmo visto sui palchi di tutto il mondo, ma la semina era iniziata.

Purtroppo, la fabbrica originale di Salvador Ibáñez fu distrutta durante la Guerra Civile Spagnola. Hoshino Gakki, che ormai aveva una certa esperienza con la distribuzione e la domanda di queste chitarre, decise di acquisire i diritti del nome e iniziò a produrre le proprie chitarre classiche. Era il 1935, e il marchio “Ibanez” (con la ‘z’ invece della ‘ñ’, per semplificare la pronuncia e la registrazione internazionale) era nato ufficialmente.

Queste prime chitarre Ibanez erano ancora strumenti acustici, spesso classici o folk. Erano costruite con una cura artigianale che, ancora oggi, si può apprezzare se si ha la fortuna di trovarne una. Non pensate alle superstrat, ma a strumenti eleganti, con legni scelti e una risonanza calda. Era la base su cui tutto il resto sarebbe stato costruito.

La Seconda Guerra Mondiale interruppe bruscamente gran parte della produzione e del commercio, ma la famiglia Hoshino, con la sua proverbiale resilienza, riuscì a ripartire. Nel dopoguerra, il Giappone era un paese in ricostruzione, ma con una forte spinta all’innovazione e alla manifattura. Hoshino Gakki era pronta a cavalcare l’onda.

Per me, che spesso mi trovo a smontare e rimontare chitarre vecchie, è affascinante pensare a quanto lavoro e passione ci fosse dietro anche a questi strumenti “preistorici”. Non avevano pickup,
é ponti tremolo, ma la cura nella scelta del legno e nell’assemblaggio era già un segno distintivo. È la stessa cura che, anni dopo, avrebbero applicato a modelli ben più complessi.

L’Era delle Copie e la Nascita di un Gigante Silenzioso (1960s-1970s)

Il vero punto di svolta per le chitarre Ibanez, e per molti altri marchi giapponesi, arrivò negli anni ’60. Il rock’
‘roll era esploso, e con esso la domanda di chitarre elettriche. Fender e Gibson dominavano il mercato, ma i loro strumenti erano costosi e non sempre facili da reperire in tutto il mondo.

Qui entra in gioco il genio (o la furbizia, a seconda dei punti di vista) dell’industria giapponese dell’epoca. Invece di inventare subito qualcosa di nuovo, iniziarono a replicare, e spesso a migliorare, i modelli più popolari americani. È l’epoca che noi appassionati chiamiamo la “Lawsuit Era”, l’era delle cause legali.

Hoshino Gakki, con il suo marchio Ibanez, non fece eccezione. Iniziarono a produrre repliche incredibilmente fedeli di Stratocaster, Les Paul, ES-335 e persino Rickenbacker. E non stiamo parlando di copie scadenti. Molte di queste repliche erano costruite con una qualità tale da competere, e a volte superare, gli originali dell’epoca, soprattutto quelli prodotti durante i “periodi bui” delle grandi marche americane (sì, parlo degli anni ’70, quando Gibson e Fender non sempre brillavano per coerenza costruttiva).

Ricordo ancora la prima volta che ho messo le mani su una vecchia Ibanez Les Paul Style degli anni ’70. Me l’aveva portata un amico, tutta impolverata, trovata in soffitta. Dopo una bella pulita, un settaggio e una regolazione del truss rod – roba che chiunque può fare con un po’ di pazienza, magari seguendo i consigli su come modificare una chitarra – quella chitarra suonava da paura. Aveva un sustain incredibile, i pickup erano potenti e la finitura era ancora impeccabile. Era un chiaro esempio di come i giapponesi non si limitassero a copiare, ma studiassero ogni dettaglio per replicare fedelmente, e a volte migliorare, l’originale.

Questa strategia di “copia e migliora” permise a Ibanez di farsi un nome nel mercato internazionale. I musicisti, soprattutto quelli con budget limitati, scoprirono che potevano avere strumenti di altissima qualità a una frazione del prezzo delle controparti americane. Non era solo una questione di costi; era anche una questione di affidabilità e suonabilità.

Ovviamente, questa pratica non passò inosservata ai giganti americani. Nel 1977, la Gibson (allora Norlin) intentò una causa legale contro Hoshino per violazione di copyright, specificamente per la paletta “open-book” tipica delle Gibson. Sebbene la causa sia stata risolta fuori dal tribunale e non ci sia mai stata una sentenza definitiva che dichiarasse le chitarre Ibanez “illegali”, questo evento segnò un punto di svolta.

Hoshino Gakki capì che per crescere ulteriormente e affermarsi come un marchio leader, doveva smettere di copiare e iniziare a innovare. E così fecero. Iniziò l’era dei design originali, che avrebbero portato a modelli iconici e a definire il suono di intere generazioni di chitarristi.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Ibanez iniziò a sperimentare con forme proprie. Nacquero modelli come la Ibanez Artist (una chitarra versatile, con un look distintivo), la Destroyer (una chitarra rock aggressiva, resa famosa da chitarristi come Paul Stanley dei KISS) e la Iceman (un’altra forma audace, adottata da artisti come Paul Stanley e Daron Malakian dei System of a Down). Questi strumenti non erano più copie, ma dichiarazioni di intenti, che mostravano la capacità di Ibanez di creare la propria identità.

Per me, la “Lawsuit Era” è la dimostrazione che anche partendo da zero, o da un’imitazione, con dedizione e un occhio attento alla qualità, si può arrivare a superare i maestri. È una lezione che mi porto dietro ogni volta che provo a riparare una chitarra che sembra un caso disperato. Con la giusta attenzione, anche un “clone” può diventare un gioiello.

L’Esplosione del Rock e la Definizione di un Suono (1980s-1990s)

Se c’è un decennio in cui le chitarre Ibanez sono diventate sinonimo di un intero genere musicale, sono stati gli anni ’80. L’hard rock e l’heavy metal erano al loro apice, e i chitarristi cercavano strumenti che permettessero virtuosismi sempre più estremi: manici veloci, ponti tremolo che reggessero accordature selvagge e pickup potenti per suoni distorsi e definiti.

Ibanez era nel posto giusto al momento giusto, e soprattutto, aveva la visione giusta. Invece di limitarsi a produrre chitarre, iniziarono a collaborare strettamente con i chitarristi più influenti dell’epoca. La loro filosofia era chiara: ascoltare le esigenze dei musicisti e costruire gli strumenti che avrebbero permesso loro di spingersi oltre ogni limite.

Il primo, e forse più iconico, di questi incontri fu quello con Steve Vai. Vai, un vero innovatore che aveva militato con Frank Zappa e David Lee Roth, aveva idee molto precise su come doveva essere la sua chitarra ideale. Voleva un manico ultra-sottile, un ponte tremolo che permettesse dive bomb estremi senza perdere l’accordatura, e un look che fosse altrettanto audace quanto la sua musica.

Dalla collaborazione tra Vai e Ibanez nacque la celebre JEM. La JEM non era solo una chitarra; era una rivoluzione. Con il suo manico Wizard (sottilissimo e velocissimo), il ponte Edge (un sistema Floyd Rose migliorato, incredibilmente stabile) e l’iconica “Monkey Grip” (il foro nella parte superiore del body, originariamente pensato per appenderla, ma diventato un tratto distintivo), la JEM divenne subito un oggetto del desiderio per ogni chitarrista shredder. I pickup DiMarzio PAF Pro specifici per la JEM contribuirono a definire un suono potente e versatile.

on molto dopo, un altro gigante del virtuosismo, Joe Satriani, si unì alla famiglia Ibanez. Dalla sua collaborazione nacque la serie JS, un’altra linea di chitarre signature che combinava l’eleganza con prestazioni estreme. Le JS, con le loro forme più morbide e i pickup DiMarzio specifici (come il FRED e il Mo’ Joe), offrivano un’alternativa più “rotonda” alla JEM, ma con la stessa attenzione alla suonabilità e alla stabilità.

Parallelamente alle signature, Ibanez sviluppò le proprie serie di successo. La serie RG (Roadstar Guitar) divenne il cavallo di battaglia per migliaia di chitarristi metal e rock. Le RG riprendevano molte delle innovazioni delle JEM – manici Wizard, ponti Edge o Lo-Pro Edge – ma in un pacchetto più accessibile e con una varietà di configurazioni di pickup. La serie S (Sabre) offriva un body più sottile e sagomato, estremamente ergonomico, mantenendo le caratteristiche di velocità e potenza.

Ricordo quando, da ragazzino, passavo ore a guardare i video di Steve Vai e sognavo una JEM. Per me, come per tanti, quelle chitarre rappresentavano la libertà di espressione, la possibilità di suonare qualsiasi cosa mi venisse in mente, senza limiti tecnici. Anche se all’epoca non potevo permettermene una, la loro influenza era palpabile. Ho speso ore nel mio garage cercando di replicare quel feeling, modificando manici, giocando con l’action e cercando di capire come ottenere quella stabilità del tremolo. È stato un vero e proprio laboratorio di apprendimento, spinto da quei modelli.

La mia prima Ibanez “seria” è stata una RG550, un vero cavallo da battaglia, prodotta nella leggendaria fabbrica Fujigen. Ancora oggi, quel manico mi sembra di una velocità incredibile e il ponte Edge è una macchina perfetta. Non è un caso che molti chitarristi professionisti considerino le Ibanez degli anni ’80 e ’90 come veri e propri “tank”, strumenti costruiti per durare e per essere maltrattati sul palco, senza battere ciglio.

L’innovazione non si fermò ai manici e ai ponti. Ibanez fu tra i primi a sposare l’idea delle chitarre a 7 corde, grazie soprattutto alla spinta di Steve Vai e poi di band come i Korn. Questo aprì nuove frontiere sonore per il metal e il rock progressivo, permettendo accordature più basse e un range tonale più ampio. La UV777 Universe di Vai è un esempio lampante di questa pionieristica visione.

Gli anni ’80 e ’90 sono stati il periodo in cui Ibanez è passata da “eccellente copista” a “innovatore di riferimento”. Hanno dimostrato che era possibile costruire chitarre di altissima qualità, con un’attenzione maniacale ai dettagli e alla suonabilità, e che queste chitarre potevano definire il sound di un’intera era musicale. Per chi ama mettere le mani sugli strumenti, studiare le soluzioni tecniche adottate da Ibanez in quel periodo è come frequentare una scuola di ingegneria liuteristica.

Oltre lo Shred: Diversificazione e Innovazione Continua (2000s-Presente)

Dopo aver dominato il panorama delle chitarre “da shredder” per due decenni, Ibanez avrebbe potuto riposare sugli allori. Invece, l’azienda ha dimostrato una notevole capacità di adattamento e di diversificazione, spingendosi ben oltre i confini del rock e del metal. I primi anni 2000 hanno visto una Ibanez più matura, consapevole della sua eredità ma proiettata verso nuove sfide.

Una delle mosse più intelligenti fu l’introduzione della serie Artcore nel 2002. Si trattava di chitarre semi-acustiche e hollow body, dal prezzo accessibile ma dalla qualità sorprendente. Queste chitarre, con il loro sound caldo e risonante, si rivolgevano a jazzisti, bluesman e a tutti coloro che cercavano sonorità diverse dalle solite strat o les paul. Fu un successo clamoroso, dimostrando che il marchio non era solo per i virtuosi del metal, ma poteva offrire strumenti validi per un pubblico molto più ampio.

Parallelamente, Ibanez continuò a spingere i limiti delle chitarre multi-corda. Dopo il successo delle 7 corde negli anni ’90, l’azienda fu tra i primi a produrre chitarre a 8 corde e persino a 9 corde, aprendo nuove possibilità per generi come il djent e il metal estremo. La loro serie Iron Label, introdotta per i chitarristi metal più esigenti, offriva modelli con specifiche mirate alla performance, come manici in Nitro Wizard, pickup attivi (spesso EMG o DiMarzio Fusion Edge) e ponti Gibraltar fijos.

Un’altra innovazione significativa è stata l’esplorazione delle chitarre multi-scala o fanned-fret. Questa tecnologia, che prevede tasti angolati e una lunghezza di scala diversa per ogni corda, permette di ottimizzare la tensione delle corde e l’intonazione su tutto il manico. È una soluzione geniale, anche se all’inizio può sembrare un po’ strana da suonare. Ho avuto modo di provare qualche modello Ibanez con scala multimesa, e devo dire che la precisione dell’intonazione, soprattutto sulle corde basse, è impressionante. È un bell’esempio di come la liuteria moderna stia ancora evolvendo.

Ibanez non ha dimenticato nemmeno i bassisti. La serie Soundgear (SR) è diventata un punto di riferimento per i bassi elettrici leggeri, ergonomici e versatili, apprezzati per i loro manici sottili e i pickup potenti e ben bilanciati. Anche qui, l’attenzione alla suonabilità e alla qualità costruttiva ha permesso al marchio di ritagliarsi una fetta importante del mercato.

egli ultimi anni, Ibanez ha anche lanciato nuove serie che combinano elementi classici con innovazioni moderne. La serie AZ, ad esempio, è stata accolta con grande entusiasmo. Queste chitarre presentano un profilo del manico più tradizionale rispetto ai super-sottili Wizard, un ponte tremolo Gotoh T1802 (che offre la stabilità di un Floyd Rose ma con la sensazione di un tremolo vintage) e pickup Seymour Duncan Hyperion, pensati per una versatilità tonale eccezionale. Ho avuto l’occasione di mettere le mani su una AZ2204N, e l’ho trovata uno strumento incredibilmente ben bilanciato, capace di passare dal blues al rock più spinto con una facilità disarmante. È la prova che Ibanez non ha paura di reinventarsi, anche tornando un po’ alle radici ma con un occhio al futuro.

Un altro esempio di come Ibanez stia esplorando nuove strade è la serie Talman, che ha visto un revival negli ultimi anni. Con le loro forme uniche e un’estetica che strizza l’occhio al vintage ma con un’anima moderna, le Talman si sono fatte apprezzare per la loro originalità e la loro versatilità, disponibili sia in configurazione chitarra elettrica che acustica.

L’approccio di Ibanez è sempre stato quello di offrire qualità a diversi livelli di prezzo. Dal modello entry-level della serie GIO, perfetto per chi inizia, fino agli strumenti Prestige e J. Custom, realizzati con materiali e finiture di altissimo livello, c’è una chitarra Ibanez per quasi ogni budget e ogni esigenza. Questa democratizzazione della qualità è, a mio parere, uno dei più grandi successi del marchio. Non è solo per i pro, ma anche per noi che smanettiamo nel garage, cercando il suono perfetto senza svuotare il portafoglio.

L’Eredità di Ibanez: Più di una Chitarra, un Simbolo

Arrivati a questo punto del nostro viaggio, è chiaro che la storia delle chitarre Ibanez è molto più di una semplice cronologia di prodotti. È la storia di un’azienda che ha saputo evolversi, affrontare sfide legali, innovare costantemente e, soprattutto, ascoltare i musicisti. Da semplici distributori di spartiti a pionieri delle sette corde, Ibanez ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo della musica.

L’eredità di Ibanez è visibile in molti aspetti della liuteria moderna. Hanno contribuito a standardizzare i manici sottili e veloci, a perfezionare i sistemi tremolo flottanti e a spingere i limiti della versatilità tonale. Molti dei concetti che oggi diamo per scontati, come l’ergonomia spinta o la stabilità dell’accordatura anche sotto stress estremo, sono stati influenzati, se non proprio introdotti, dalle innovazioni di questa azienda giapponese.

Ma l’impatto di Ibanez va oltre gli aspetti tecnici. Hanno creato un’identità forte, un simbolo per generazioni di chitarristi che cercavano uno strumento che non fosse solo bello da vedere, ma anche una macchina da guerra per la performance. Per molti, la prima Ibanez è stata la chiave per sbloccare nuove tecniche, per spingersi oltre i propri limiti e per trovare la propria voce musicale. Quante volte, nel mio piccolo laboratorio, ho visto ragazzi con gli occhi che brillavano di fronte a una vecchia RG, pronti a sognare il prossimo assolo?

La loro capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di anticipare le tendenze è stata fondamentale. Quando il metal estremo ha chiesto più corde e accordature più basse, Ibanez ha risposto. Quando il jazz e il blues hanno cercato chitarre hollow body di qualità accessibile, Ibanez ha risposto. E quando i chitarristi moderni hanno voluto uno strumento versatile che combinasse il meglio del vintage e del moderno, Ibanez ha risposto con la serie AZ.

Un aspetto che ammiro particolarmente è la loro coerenza nella qualità. Anche nei modelli di fascia media, Ibanez riesce a mantenere uno standard elevato di costruzione e di componenti. Questo è un fattore cruciale, specialmente per chi, come me, non ha paura di aprire una chitarra e vedere cosa c’è dentro. Non ci sono brutte sorprese, ma una solida ingegneria e una componentistica affidabile, anche se non sempre di altissima gamma.

on è un caso che molti chitarristi professionisti, anche al di fuori dei generi più “virtuosistici”, abbiano almeno una Ibanez nel loro arsenale. La versatilità, la suonabilità e l’affidabilità di questi strumenti li rendono compagni fedeli sul palco e in studio. Per chi vuole approfondire la storia di Hoshino Gakki, la casa madre, e la sua visione, consiglio di dare un’occhiata alla loro sezione storia sul sito ufficiale. È un buon modo per capire la mentalità dietro il marchio.

In sintesi, Ibanez non è solo un produttore di chitarre; è un facilitatore di creatività, un pioniere dell’innovazione e un partner affidabile per musicisti di ogni livello. La loro storia è una testimonianza del potere della perseveranza, dell’adattamento e di una costante ricerca dell’eccellenza. E per noi, nel garage, è un’ispirazione: se un’azienda può trasformarsi così radicalmente e con tanto successo, non c’è limite a quello che possiamo realizzare con i nostri strumenti e la nostra passione.

La storia di Ibanez ci insegna che non importa da dove si inizia, ma dove si vuole arrivare e con quale determinazione si perseguono i propri obiettivi. Dalle modeste origini di un importatore di spartiti, il marchio è diventato un’icona globale, definendo il suono di intere generazioni di chitarristi e continuando a spingere i confini della liuteria elettrica con una passione e una dedizione che merita tutto il nostro rispetto.

FAQ: Qual è la differenza principale tra le serie Ibanez RG e S?

Le serie RG e S di Ibanez sono entrambe popolari tra i chitarristi rock e metal, ma presentano differenze chiave nel design del corpo. Le RG hanno un corpo più spesso e robusto, spesso con bordi più squadrati, che contribuisce a un maggiore sustain e una sensazione più “solida”. Le S, invece, sono caratterizzate da un corpo ultra-sottile e sagomato, che le rende estremamente leggere ed ergonomiche, offrendo una comodità eccezionale per chi cerca uno strumento poco ingombrante e facile da maneggiare.

FAQ: Le chitarre Ibanez “lawsuit” sono davvero così buone come si dice?

Sì, molte chitarre Ibanez dell’era “lawsuit” (anni ’70) sono considerate di ottima qualità e sono molto ricercate dai collezionisti e dai musicisti. Erano repliche fedeli, e spesso costruite con un’attenzione ai dettagli e materiali che, in alcuni casi, superavano gli standard delle controparti americane dell’epoca, che stavano attraversando un periodo di alti e bassi. Offrivano un valore eccezionale e ancora oggi, se ben conservate, possono suonare e sentirsi magnificamente.

Ti è capitato qualcosa di simile?

Se hai incontrato lo stesso problema o vuoi chiedere qualcosa, scrivilo nei commenti. Leggo e rispondo a tutti.

Scrivi un commento

Scarica il Kit di sopravvivenza liutaio

PDF gratuito con checklist, tabella problemi-cause e template scheda progetto.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

it_ITItaliano

Resta aggiornato su Biafax

Iscriviti alla newsletter per ricevere gli articoli più utili sulla costruzione e riparazione della chitarra elettrica, aggiornamenti sugli ebook e anteprime riservate.