Les Paul: 5 modelli che hanno scritto la storia
Se c’è una chitarra che, più di ogni altra, ha saputo far vibrare le corde della leggenda e del rock’
‘roll, quella è la Les Paul. Non è solo uno strumento; è un’icona, un pezzo di storia, un oggetto di culto per musicisti e appassionati. E, diciamocelo, per chi come me si sporca le mani in garage a montare pickup e a fresare body, è anche un bel rompicapo, ma di quelli che ti danno soddisfazione.
Ho sempre avuto un debole per le storie dietro le chitarre. Non mi basta sapere che un certo modello suona in un certo modo. Voglio capire perché è nato, chi l’ha pensato, quali casini ha combinato per arrivarci. Perché spesso, dietro un’innovazione geniale, c’è un sacco di sudore, qualche errore clamoroso e la tenacia di gente che non si arrende. La storia della Les Paul è proprio così: un mix di intuizioni geniali, decisioni aziendali azzardate e una riscoperta che l’ha proiettata nell’Olimpo degli strumenti.
In questo viaggio, non voglio fare l’enciclopedia vivente della chitarra. Voglio raccontarti, da appassionato ad appassionato, cinque modelli di chitarra Les Paul che, secondo me, hanno davvero lasciato il segno. Vedremo come ogni evoluzione non fosse solo estetica, ma tecnica, e come abbia plasmato il suono di generazioni di musicisti. E magari, chissà, ti darà qualche spunto per la tua prossima modifica di una chitarra esistente o per un nuovo progetto da zero.
Prima di buttarci a capofitto nei modelli specifici, facciamo un passo indietro. Perché la Les Paul non sarebbe mai esistita senza Les Paul. E la sua storia è roba da film.
Les Paul, l’uomo, il mito, l’inventore col saldatore in mano


Dobbiamo essere chiari: Les Paul, all’anagrafe Lester William Polsfuss, non era solo un chitarrista fenomenale. Era un inventore, un ingegnere del suono, un maniaco dell’innovazione. Uno che, negli anni ’40, quando le chitarre elettriche erano ancora dei tronchi con un pickup, si chiudeva in laboratorio a smontare e rimontare tutto, cercando di capire come far suonare meglio quello strumento.
La sua ossessione principale? Il sustain. Voleva una chitarra che cantasse, che tenesse la nota a lungo, senza quel fastidioso “plink” delle chitarre hollow-body amplificate. E poi, il feedback. Quello era il suo nemico numero uno. Le chitarre acustiche elettrificate fischiavano come sirene quando venivano spinte ad alto volume.
“The Log”: il tronco che ha cambiato tutto
La sua soluzione fu radicale, quasi ridicola a prima vista: prese un pezzo di legno massiccio, un 4×4 di pino, e ci fissò sopra il manico di una chitarra Epiphone e due pickup. Per farla sembrare una chitarra “vera”, ci attaccò sopra le ali di una Epiphone hollow-body segata a metà. Il risultato? “The Log” (il tronco). Non era bella, ma funzionava. Il sustain era lì, il feedback quasi sparito. Era il 1941, e il concetto di chitarra solid body era nato, almeno per Les Paul.
Immaginatevi la scena: lui che si presenta con questo “coso” nei locali, in un’epoca in cui le chitarre erano per lo più acustiche, e quelle elettriche erano ancora agli albori. La gente lo guardava strano, ma quando sentiva il suono… beh, quello era un altro discorso.
Gibson entra in gioco (con un po’ di ritardo)
Les Paul cercò di proporre la sua idea a Gibson già nel 1946. La risposta? Un secco “no”. “Sembra una scopa con un pickup,” dissero. Non avevano capito nulla. E mentre Gibson dormiva, la Fender, con la sua Broadcaster (poi Telecaster), stava rivoluzionando il mercato con una chitarra solid body economica e funzionale.
Solo quando la Telecaster iniziò a vendere come il pane, Gibson si svegliò. “Forse quel pazzo di Les Paul non aveva tutti i torti,” devono aver pensato. Ed è così che, nel 1951, Gibson e Les Paul si accordarono per creare una chitarra solid body che portasse il suo nome. Il resto, come si dice, è storia. Una storia fatta di legno, metallo e tanta, tanta musica.
1. La Les Paul Goldtop del 1952: l’inizio della leggenda
Eccoci al primo vero modello, quello che ha dato il via a tutto. La Les Paul Goldtop del 1952. Quando è uscita, era un’affermazione. Gibson non voleva solo fare una solid body, voleva fare la solid body. E doveva essere elegante, diversa dalla “tavola” di Fender.
Scheda tecnica essenziale (e perché era importante)
Corpo e manico: Mogano con top in acero. Il top in acero, arcuato e scolpito (carved top), era un tocco di classe che la Fender non aveva. Non era solo bellezza: l’acero dà brillantezza e attacco, il mogano corpo e sustain. Un mix vincente.
Finitura: Oro, da cui il nome Goldtop. Les Paul stesso voleva che fosse “d’oro”, per dare l’idea di uno strumento di lusso, prezioso. Era un colpo d’occhio notevole.
Pickup: Due P-90 single coil. Ah, i P-90! Sono pickup con un carattere incredibile. Sono single coil, quindi un po’ rumorosi, ma hanno una botta e un’apertura sonora che i pickup Fender non avevano. Sono potenti, graffianti, con un sacco di medi. Perfetti per il blues e il jazz-rock che andava di moda allora.
Mimmo’s tip: Ho sempre avuto un debole per i P-90. Sono pickup che ti fanno sudare la camicia, ti costringono a controllare ogni nota, ma quando li spingi, tirano fuori un suono crudo, onesto, che ti entra nelle ossa. Se stai pensando a un progetto DIY, un P-90 al ponte su un body in mogano è una combinazione che non ti deluderà. Non aspettarti il silenzio di un humbucker, ma il carattere è impagabile.
Ponte/Cordiera: Un sistema particolare, il trapezoid tailpiece, che permetteva di avvolgere le corde sotto il ponte. Non era il massimo della comodità e della stabilità, e fu presto sostituito. Questo è un esempio di come anche i grandi sbagliano, e si impara dagli errori.
Il suono e l’impatto
Il suono di questa chitarra Les Paul era potente, medioso, con un attacco deciso grazie ai P-90 e al corpo in mogano/acero. Non era la brillantezza cristallina di una Stratocaster (che sarebbe arrivata dopo), ma una voce più scura, più “rotonda”, ma con un morso notevole.
Molti chitarristi jazz e blues la adottarono subito. Era uno strumento robusto, affidabile, con un sustain che faceva la differenza. Pensate a gente come Sister Rosetta Tharpe, che la usava per il suo gospel rock energico, o a Hubert Sumlin. Non erano ancora i mostri del rock che conosciamo oggi, ma stavano gettando le basi.
La Goldtop del ’52 era il primo mattone di un edificio che sarebbe diventato imponente. Un edificio fatto di legno, oro e tanto rock’
‘roll.
2. La Les Paul Goldtop del 1957: l’era degli Humbucker (PAF)
Se la Goldtop del ’52 ha aperto la strada, quella del 1957 l’ha asfaltata. Qui non parliamo di un’evoluzione, ma di una vera e propria rivoluzione sonora: l’introduzione dell’humbucker “Patent Applied For” (PAF).
Il problema del rumore e la soluzione di Seth Lover
egli anni ’50, i single coil avevano un grosso problema: il rumore di fondo, il famigerato “hum” a 60 cicli. Con gli amplificatori che diventavano sempre più potenti, questo rumore era diventato un vero incubo per i chitarristi. Entra in scena Seth Lover, ingegnere di Gibson. La sua intuizione fu semplice ma geniale: mettere due single coil affiancati, con le bobine avvolte in fase opposta e con polarità magnetica opposta. Il rumore si cancellava (hum-bucking), e il segnale utile raddoppiava.
Il risultato fu il pickup che tutti conosciamo come “humbucker”. I primi di questi, prodotti da Gibson, avevano un adesivo sul retro con la scritta “Patent Applied For” (brevetto richiesto), da cui il nome iconico: PAF.
Mimmo’s take: Il rumore di fondo era un incubo per chi, come me, suonava con ampli spinti o registrava in casa. Il PAF ha cambiato tutto. Ricordo la prima volta che ho provato a cablare un humbucker su una mia build: la pulizia del suono, anche a volumi alti, era una roba da non credere. Capire come funziona l’humbucker, con le sue bobine e le polarità, è fondamentale per chi vuole non solo montarlo, ma magari anche modificarlo. Un po’ di teoria sui magneti e sugli avvolgimenti non fa mai male!
Cosa è cambiato nel 1957?
Pickup: Addio P-90 (almeno per questo modello). Benvenuti PAF! Il suono divenne più grosso, più caldo, con più sustain e, soprattutto, silenzioso. Era un suono che poteva essere spinto negli amplificatori valvolari senza finire in una cacofonia di ronzii.
Ponte: Finalmente, il trapezoid tailpiece fu rimpiazzato dal Tune-o-matic bridge con stopbar tailpiece. Una combinazione perfetta. Il Tune-o-matic permetteva una regolazione precisa dell’intonazione di ogni corda, e lo stopbar aumentava il sustain e la stabilità. Era un salto di qualità enorme in termini di suonabilità e affidabilità.
Tip pratico: Se stai restaurando una vecchia chitarra o ne stai costruendo una da zero, non sottovalutare l’importanza di un buon ponte Tune-o-matic. Un ponte di qualità, ben installato, fa una differenza abissale sul sustain e sull’intonazione. Ho visto gente spendere un sacco di soldi in pickup e poi montare ponti da due soldi, vanificando metà del lavoro. Non fare questo errore!
Finitura: Ancora la classica Goldtop.
Il suono che ha plasmato il rock
Il suono dei PAF sulle Les Paul del ’57 era grasso, cremoso, con un sustain impressionante. Era perfetto per il blues elettrico che stava evolvendo e per il rock’
‘roll che iniziava a prendere forma. Chitarristi come Eric Clapton (anche se la sua era una ’59, il principio era lo stesso), Peter Green e Keith Richards avrebbero poi reso quel suono immortale.
Questa chitarra non era solo un passo avanti; era un balzo in avanti. Ha creato lo standard per il suono delle chitarre elettriche rock e blues per decenni a venire. E ha dimostrato che a volte, per migliorare un classico, basta trovare la soluzione giusta a un problema fastidioso.
3. La Les Paul Standard “Burst” (1958-1960): il Sacro Graal
E poi c’è lei. La Les Paul Standard dal 1958 al 1960, universalmente conosciuta come “Burst”. Non è solo una chitarra, è un’ossessione, un pezzo da museo, il Sacro Graal per collezionisti e chitarristi di tutto il mondo. E la cosa più incredibile è che, quando uscì, fu quasi un fallimento commerciale.
Cosa la rendeva così speciale (e incompresa)?
Finitura: La Goldtop fu sostituita da una finitura sunburst, che lasciava intravedere la fiammatura del top in acero. Era un tentativo di Gibson di rendere la chitarra più “moderna” e accattivante, seguendo le mode del tempo. Ogni Burst è unica, perché la fiammatura del legno è irripetibile e il processo di finitura, inizialmente, era fatto a mano.
Top in acero figurato: È qui che sta la magia estetica. Sotto il sunburst, Gibson iniziò a usare top in acero “flamed” o “figured”, cioè con venature particolari che creano effetti tridimensionali unici. Questo dettaglio, inizialmente quasi ignorato, è diventato il segno distintivo delle Burst.
Mimmo’s aneddoto: Chi avrebbe mai detto che una chitarra quasi fallita sarebbe diventata un’icona? È una lezione che ho imparato anch’io nel mio garage: a volte un “difetto” o una scelta estetica incompresa all’inizio, col tempo, diventa un tratto distintivo. Ho provato a replicare un sunburst su un body DIY. Che fatica! Ci vuole pazienza, mani ferme e una buona pistola a spruzzo. Il segreto è la gradualità, e non aver paura di sbagliare le prime volte.
Pickup: Continuavano a montare i leggendari PAF, che nel frattempo avevano subito leggere variazioni negli avvolgimenti e nei magneti, rendendo ogni esemplare leggermente diverso dall’altro. Questo contribuisce alla “magia” del suono di ogni singola Burst.
Profili del manico: Negli anni, il profilo del manico variava. I ’58 avevano manici più grossi (“baseball bat”), i ’59 un profilo più sottile e comodo, e i ’60 ancora più slim. Questo dettaglio è fondamentale per i chitarristi, perché influenza enormemente la suonabilità.
Da fallimento a leggenda
Tra il 1958 e il 1960, Gibson produsse circa 1.700 esemplari di Les Paul Standard con top in acero figurato e finitura sunburst. Un numero esiguo, soprattutto se paragonato alle vendite della Fender. La chitarra non vendeva bene, e Gibson la tolse dal catalogo nel 1961, sostituendola con la Les Paul/SG (che poi divenne solo SG).
Ma poi, negli anni ’60, qualcosa cambiò. Chitarristi blues-rock inglesi come Eric Clapton, Jeff Beck, Peter Green, Jimmy Page, e americani come Mike Bloomfield, iniziarono a riscoprire queste chitarre usate, che si potevano comprare per pochi soldi. Il loro suono potente e sostenuto era perfetto per il nuovo genere musicale che stava esplodendo.
Il resto è storia. La Burst divenne il simbolo del rock, lo strumento con cui sono stati scritti alcuni dei riff più iconici di sempre. Il prezzo di questi strumenti originali è salito alle stelle, rendendoli inaccessibili ai più. Ma la loro influenza sul suono e sull’immaginario collettivo è inestimabile.
4. La Les Paul Custom “Black Beauty” del 1968: il ritorno della regina
Dopo il “flop” commerciale della Burst e la sua sostituzione con la SG, sembrava che la storia della Les Paul fosse finita. Ma il mondo della musica è imprevedibile. E così, alla fine degli anni ’60, con l’esplosione del blues-rock e l’affermazione di chitarristi che avevano riscoperto le vecchie Les Paul, Gibson si rese conto di aver fatto un errore madornale. La gente rivoleva la Les Paul.
Così, nel 1968, Gibson decise di reintrodurre la Les Paul nel suo catalogo. E non lo fece con una Standard, ma con la sua versione più lussuosa e appariscente: la Les Paul Custom, soprannominata “Black Beauty” (bellezza nera).
Un ritorno in grande stile
La Custom era stata introdotta per la prima volta nel 1954, come versione deluxe della Goldtop. Aveva un look più elegante, con finitura nera, hardware dorato e un binding multiplo (le strisce bianche e nere sul corpo e sulla paletta). Era la “Fretta Nera”, come la chiamava Les Paul stesso, uno strumento da sera, da grande palco.
La reintroduzione del 1968 riprese molte di quelle caratteristiche, ma con alcune differenze cruciali:
Corpo: Spesso, per ragioni di produzione, i primi modelli del ’68 e degli anni successivi presentavano un corpo a “sandwich” o “pancake”, con uno strato sottile di acero tra due strati di mogano. Questo dettaglio, inizialmente una soluzione costruttiva, è diventato un segno distintivo di quel periodo.
Manico: Il manico era in mogano, spesso con un profilo più sottile rispetto ai ’50. La tastiera era in ebano, un legno molto denso e scuro che offre un attacco più rapido e un sustain leggermente diverso rispetto al palissandro.
Pickup: La Custom del ’68 montava due o, più spesso, tre humbucker PAF (o i loro successori, i T-Top). La configurazione a tre humbucker offriva più opzioni timbriche, anche se molti chitarristi tendevano a usare solo il ponte e il manico.
Mimmo’s pensiero: Quando Gibson ha capito che la gente rivoleva quella chitarra, è tornata sui suoi passi. È una lezione per tutti noi che facciamo le cose in garage: a volte il vecchio è il nuovo che funziona. Non sempre l’innovazione a tutti i costi è la strada giusta. A volte basta ascoltare chi suona. Ho sempre ammirato la Custom per la sua eleganza. Non ho mai avuto il coraggio di affrontare il binding multiplo su un mio progetto, ma un giorno… un giorno ci proverò!
Hardware: Tutto dorato, come da tradizione Custom.
Il suono e l’eredità
La Les Paul Custom del ’68 aveva un suono più scuro, più denso rispetto alle Standard, in parte per via dell’ebano sulla tastiera e dei pickup spesso più “caldi”. Era una chitarra potente, con un sustain infinito, perfetta per il rock duro e l’hard rock che stavano nascendo.
Chitarristi come Randy Rhoads, Mick Ronson e Ace Frehley (dei KISS) hanno reso la Black Beauty un’icona del rock, dimostrando che la Les Paul era tornata, più forte e più glam di prima. La reintroduzione del 1968 non fu solo un atto commerciale; fu la rinascita di un’intera linea di chitarre che avrebbe continuato a definire il suono della musica per decenni.
5. La Les Paul Deluxe degli anni ’70: i mini-humbucker e un’era di cambiamenti
Dopo il grande ritorno del ’68, gli anni ’70 per Gibson furono un periodo di grandi cambiamenti, sia a livello aziendale che produttivo. La Les Paul continuò a evolversi, e uno dei modelli più rappresentativi di quest’epoca fu la Les Paul Deluxe. Non fu una chitarra rivoluzionaria come la Burst, ma rappresentò un’interessante variazione sul tema e un tentativo di Gibson di offrire qualcosa di diverso.
Cosa definiva la Deluxe?
Pickup: La caratteristica distintiva della Deluxe erano i suoi mini-humbucker. Questi pickup non erano una novità assoluta; provenivano dalle chitarre Epiphone, un marchio acquisito da Gibson. Erano più piccoli dei PAF o dei T-Top, e venivano montati in alloggiamenti per P-90 (spesso con un anello adattatore).
Mimmo’s take: I mini-humbucker sono una storia a parte. Non hanno la botta e il low-end di un PAF, ma hanno una chiarezza e una brillantezza che ti sorprendono. Sono una via di mezzo tra i single coil e i full-size humbucker: meno rumore dei P-90, ma più attacco e definizione rispetto ai PAF. Ho provato a montarne uno su una mia chitarra, e il risultato non era affatto male per certi generi, soprattutto se cerchi un suono più “twangy” ma comunque corposo. Per chi si cimenta nel DIY, il vantaggio è che a volte si trovano a prezzi più accessibili e possono dare un twist interessante a un progetto.
Corpo: Anche la Deluxe, come molte Les Paul degli anni ’70, presentava spesso la costruzione a corpo “pancake”, con strati di mogano e acero. Questo era dovuto a ragioni di approvvigionamento del legno e di efficienza produttiva dell’epoca. Non tutti la amavano, ma era una caratteristica di quel periodo.
Finiture: La Deluxe era disponibile in una varietà di colori, non solo Goldtop (che era la più comune per questo modello), ma anche Cherry Sunburst, Wine Red e altre.
Il suono e l’impatto
Il suono della Les Paul Deluxe era diverso da quello delle sue sorelle maggiori. I mini-humbucker offrivano un timbro più brillante, più “zingy”, con un attacco più pronunciato e una maggiore definizione delle singole note rispetto ai full-size humbucker. Erano meno “grassi” ma più “ariosi”.
Questo la rendeva una chitarra versatile, adatta a generi che richiedevano più chiarezza, come il rock classico, il pop-rock e persino il funk. Pete Townshend degli Who è forse il chitarrista più iconico associato alla Deluxe, usandola per il suo sound potente ma articolato. Anche Thin Lizzy ne fece un cavallo di battaglia.
La Deluxe degli anni ’70 è un esempio di come Gibson cercasse di innovare e di adattarsi ai tempi, pur mantenendo la forma e l’anima della Les Paul. Nonostante le critiche di alcuni puristi sulle scelte produttive dell’epoca, rimane un modello con un suo carattere distintivo e un posto nella storia della chitarra Les Paul.
L’eredità della Les Paul: una storia di evoluzione e riscoperta
Abbiamo fatto un bel viaggio attraverso cinque modelli di chitarra Les Paul che hanno segnato la storia. Dal battesimo della Goldtop P-90s, passando per la rivoluzione silenziosa del PAF sulla Goldtop ’57, fino all’icona inattesa della Burst ’58-’60. Poi il ritorno trionfale della Black Beauty del ’68 e la versatilità dei mini-humbucker della Deluxe anni ’70. Ogni modello non è stato solo un oggetto, ma un catalizzatore di suoni e generi musicali.
Cosa impariamo da questa storia?
1. L’innovazione nasce da un problema: Les Paul voleva più sustain e meno feedback. Seth Lover voleva eliminare il rumore. Ogni grande passo avanti è nato da un’esigenza concreta.n2. Il “fallimento” può essere il trampolino per il successo: La Burst è l’esempio lampante. Inizialmente snobbata, è stata riscoperta e amata da generazioni successive. Non arrenderti se il tuo primo prototipo non è perfetto!n3. Il suono è tutto: Alla fine, ciò che rende grande una chitarra non è solo l’estetica, ma come suona. Ogni modifica, ogni scelta di legno o pickup, ha avuto un impatto diretto sul timbro e sulla capacità di esprimere musica.n4. Il contesto conta: Le chitarre non nascono nel vuoto. Sono figlie del loro tempo, delle mode musicali, delle tecnologie disponibili e delle esigenze dei musicisti. Capire il “perché” dietro certe scelte ti aiuta a capire il “come”.
E per noi, liutai da garage?
Conoscere la storia di questi strumenti leggendari non è solo cultura generale. È ispirazione pura. Ti aiuta a capire le logiche dietro le scelte progettuali, a distinguere un pickup dall’altro, a capire come un tipo di legno o un ponte possano influenzare il suono finale.
Quando decidi di costruire la tua prossima chitarra o di modificare quella che hai, pensa a queste storie. Vuoi un suono più aggressivo e diretto? Magari i P-90 sono la tua strada. Cerchi sustain e potenza senza rumore? L’humbucker è d’obbligo. Vuoi un suono più brillante ma sempre corposo? I mini-humbucker potrebbero sorprenderti.
La storia della Les Paul è un po’ come la nostra, fatta di tentativi, errori (anche da parte di Gibson, eh!), e qualche lampo di genio che cambia le carte in tavola. E alla fine, è sempre il suono che conta, quel suono che ti fa vibrare e ti fa sentire parte di una storia più grande.
Quindi, non avere paura di sperimentare. Prendi un saldatore, un pezzo di legno, e prova. Magari la tua prossima creazione non finirà su un palco con Jimmy Page, ma ti darà la stessa gioia di chi l’ha fatta per la prima volta. E quella, credimi, è una sensazione impagabile.
Per approfondire la storia di Gibson e le sue innovazioni, ti consiglio di dare un’occhiata alla pagina ufficiale di Gibson sulla storia della Les Paul, è una risorsa fantastica piena di dettagli e foto d’epoca: [Gibson – The History of the Les Paul](https://www.gibson.com/en-US/Electric/Les-Paul-History). È sempre utile sentire la storia direttamente dalla fonte, anche se poi ognuno ci mette del suo, no?
