Chitarre Eko anni 50: 3 modelli leggendari da scoprire

Metti un pomeriggio piovoso, il mio garage che sa di legno e stagno, e una pila di vecchie riviste di musica trovate al mercatino. Tra un articolo su Clapton e una pubblicità di effetti a pedale che oggi costerebbero un rene, mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo: le chitarre elettriche Eko anni 50. No, non parlo solo di pezzi da museo o roba da collezionisti incalliti. Parlo di strumenti che, per me che ho sempre avuto il pallino del fai da te, rappresentano un pezzo della nostra storia, un esempio di ingegno e di come si possano tirare fuori grandi cose anche con pochi mezzi.

Quando ho cominciato a smanettare con i miei primi body e neck, l’idea di costruire una chitarra era un po’ come scalare l’Everest con le ciabatte. Poi ho capito che il bello è proprio lì: partire da zero, sbagliare, rifare, e alla fine sentire quel suono uscire dall’amplificatore, sapendo che l’hai fatto tu. E in fondo, la storia di Eko non è poi così diversa. È la storia di un’azienda italiana che ha saputo inventarsi, con un approccio quasi da garage, in un periodo in cui l’industria americana dominava il mercato. Hanno preso delle idee, le hanno mescolate con la loro creatività e con quello che avevano a disposizione, e ne sono usciti con strumenti che, ancora oggi, hanno un loro fascino e un suono unico.

Se ti dico Eko, magari la prima cosa che ti viene in mente è la Ranger, quella acustica indistruttibile che abbiamo avuto tutti in mano almeno una volta. Ma fidati, la storia delle chitarre elettriche Eko anni 50 è un capitolo a sé, pieno di intuizioni geniali e di un coraggio tutto italiano. È un viaggio che ti porta dritto nel cuore del boom economico, in un’Italia che ricominciava a sognare e a fare musica. E in questo viaggio, ti voglio raccontare di tre modelli che, secondo me, sono la quintessenza di quel periodo, tre strumenti che, se li trovi, meritano di essere riscoperti, magari anche con un po’ di sano restauro fai da te.

Sono chitarre che hanno un’anima, un carattere, e ti assicuro che, se ci metti le mani sopra, ti racconteranno una storia. E non parlo solo di corde e pickup, ma di persone, di idee, di sogni di un’epoca. Preparati, perché non è la solita lezione di storia. È una chiacchierata tra appassionati, con qualche dritta su cosa guardare se ti capita di incrociare uno di questi pezzi.

L’esplosione di creatività a Recanati: Come Eko ha messo le radici

Standard Stratocaster Electric Guitar - Olympic White
Standard Stratocaster Electric Guitar - Olympic White
★ 4.4 (23 recensioni)
Vedi su Amazon

Per capire le chitarre elettriche Eko degli anni ’50, dobbiamo fare un passo indietro e capire da dove venivano. Immagina l’Italia del dopoguerra, un paese che si sta ricostruendo, pieno di voglia di fare e di inventare. In questo contesto, nella tranquilla Recanati, nelle Marche, un certo Oliviero Pigini, un uomo con una visione chiara e un’energia pazzesca, decide di fondare la Eko nel 1959. Sì, hai letto bene, il 1959. Questo significa che le chitarre che stiamo per raccontare sono nate proprio sul filo di lana di quel decennio, portando con sé tutto lo spirito di innovazione e di rottura tipico di quegli anni.

Pigini non era uno sprovveduto. Veniva da una famiglia con una lunga tradizione nella costruzione di fisarmoniche, un mestiere che richiedeva maestria artigianale e una buona dose di ingegno meccanico. Ma il mondo stava cambiando, e con esso anche i gusti musicali. Il rock’
‘roll, arrivato dall’America, stava contagiando i giovani, e con esso la richiesta di strumenti nuovi, più “elettrici”, più accessibili. Le fisarmoniche andavano bene, ma le chitarre elettriche erano il futuro.

All’inizio, Eko si concentrò sulle chitarre acustiche ed semiacustiche, attingendo alla tradizione liutaria italiana, ma guardando sempre oltreoceano per le nuove tendenze. La cosa interessante è che Eko non cercò di copiare pedissequamente i giganti americani come Fender o Gibson. Certo, si ispiravano, come tutti. Ma avevano un approccio tutto loro, un mix di pragmatismo e fantasia. Avevano bisogno di produrre in massa, ma con costi contenuti, per un mercato che non poteva permettersi le chitarre d’importazione.

Questo significava inventarsi soluzioni costruttive furbe, a volte un po’ grezze, ma efficaci. Ricordo la prima volta che ho smontato una vecchia Eko: mi aspettavo chissà quale complessità, invece ho trovato soluzioni semplici, quasi geniali nella loro essenzialità. Era un po’ come il mio garage: non hai la fresa CNC da migliaia di euro, ma hai un Dremel, un po’ di pazienza e un’idea chiara in testa. Eko, in un certo senso, ha applicato questo principio su scala industriale.

Le prime chitarre elettriche Eko, quelle che hanno iniziato a definire il loro carattere distintivo verso la fine degli anni Cinquanta, erano il risultato di questa filosofia. Non erano strumenti perfetti secondo gli standard odierni, e nemmeno secondo quelli dell’epoca, se le confrontiamo con una Stratocaster o una Les Paul. Ma avevano un’identità forte, un suono riconoscibile e, soprattutto, erano accessibili. Hanno permesso a tantissimi ragazzi italiani ed europei di imbracciare una chitarra elettrica per la prima volta, di formare una band, di fare rumore. E questo, per me, è il vero significato di “leggendario”. Hanno democratizzato la musica elettrica, e questo è un merito che spesso viene sottovalutato.

Quando vedi una di queste vecchie Eko, non vederla solo come un pezzo d’antiquariato. Vedila come un testimone di un’epoca, un oggetto che racconta la storia di un’azienda che ha osato, che ha sperimentato, e che ha lasciato un segno indelebile. E magari, un giorno, potresti essere tu a rimettere in sesto una di queste storiche chitarre elettriche Eko, riportandola al suo antico splendore. È un’esperienza che ti consiglio, perché ti insegna tantissimo non solo sulla liuteria, ma anche sulla storia e sull’ingegno umano.

La Eko 500: L’inizio della leggenda elettrica

Se c’è una chitarra che incarna lo spirito innovativo e audace di Eko alla fine degli anni ’50, quella è senza dubbio la Eko 500. L’ho vista per la prima volta in un catalogo vintage, e subito mi ha colpito: un design che, pur avendo richiami alle solid body americane, aveva un’estetica tutta sua. Era il 1959, un anno cruciale per Eko, che si stava lanciando a capofitto nel mondo delle chitarre elettriche. E la Eko 500 fu la loro prima vera dichiarazione d’intenti.

La Eko 500 non era una chitarra pensata per competere con le ammiraglie di Fender o Gibson. Era uno strumento per un mercato diverso, per musicisti che cercavano qualcosa di suonabile, affidabile e, soprattutto, abbordabile. E in questo, la 500 riuscì perfettamente. Il suo body, spesso in pioppo o faggio, era solido e relativamente leggero. La forma era un po’ a “spatola” allungata, con quelle punte smussate che le davano un’aria futuristica per l’epoca, ma al tempo stesso elegante.

Ma il vero cuore della Eko 500 erano i suoi pickup. Spesso montava due o tre single coil, a volte con cover metalliche cromate che le davano un look inconfondibile. Questi pickup non erano certo i PAF di Gibson o i single coil di Fender. Avevano un suono più sottile, brillante, a volte un po’ microfonico, ma con un carattere tutto suo. Erano perfetti per il surf rock che stava esplodendo, per il beat, per il pop che iniziava a farsi strada. Li ho sentiti suonare su vecchie registrazioni e, credimi, non erano per nulla da buttare. Anzi, avevano quel “vibe” vintage che oggi si cerca disperatamente.

I controlli erano semplici: un selettore a tre vie per i pickup, un volume e un tono. Niente di trascendentale, ma funzionale. Il manico era solitamente in faggio, con una tastiera in palissandro o a volte in acero ebanizzato. La scala era spesso più corta rispetto agli standard americani, rendendola comoda per chi aveva mani piccole o per chi era abituato alle chitarre acustiche.

Un punto dolente, a volte, erano le meccaniche. Spesso erano di qualità modesta, e su molti esemplari che ho visto, sono state sostituite nel tempo. Ma questo, per chi come noi ama modificare una chitarra, non è un problema, anzi. È un’opportunità per migliorare lo strumento senza snaturarlo. Anche il ponte, spesso un semplice roller bridge o un ponte fisso con sellette regolabili, era funzionale, ma non sempre precisissimo nell’intonazione. Ancora una volta, un’occasione per fare un upgrade.

Ho un amico che ha una Eko 500V (la versione con vibrato, introdotta subito dopo la 500 standard) e ogni volta che la imbraccia, ha un sorriso. Non è la sua chitarra principale, ma è un pezzo di storia che suona ancora. Il vibrato, spesso un sistema tipo Bigsby ma “alla Eko”, non era il più stabile del mondo, ma aggiungeva quel tocco di personalità in più.

Mimmo’s Tip: Ripristinare i pickup vintage Eko

Se trovi una Eko 500 con i pickup originali che non suonano più, non disperare. Spesso il problema non è nel pickup in sé, ma nel cablaggio deteriorato o nelle saldature fredde.n1. Controlla i cavi: I cavi in tessuto dell’epoca possono rovinarsi. Sostituiscili con cavi schermati di buona qualità.n2. Verifica le saldature: Rifai tutte le saldature, assicurandoti che siano pulite e robuste.n3. Misura la resistenza: Con un multimetro, misura la resistenza DC del pickup. Se è nell’ordine dei 4-7kOhm (per un single coil), c’è speranza. Se è zero o infinito, il filo della bobina potrebbe essere interrotto.n4. Riavvolgimento (ultima spiaggia): Se il filo è interrotto, puoi tentare di riavvolgere il pickup, ma è un’operazione delicata che richiede attrezzatura specifica. A volte, è più semplice cercare un ricambio originale o un pickup aftermarket che si avvicini al suono.

La Eko 500 è una testimonianza di come l’ingegno italiano abbia saputo creare strumenti con una propria identità, che hanno contribuito a definire il suono di un’epoca. Se ne trovi una, anche malconcia, non esitare. Potrebbe essere il tuo prossimo progetto DIY, un pezzo di storia da far rivivere.

La Eko Cobra: Un serpente che ha morso il rock’
‘roll

Subito dopo il successo della Eko 500, o quasi in contemporanea, Eko tirò fuori un altro coniglio dal cilindro, un modello che puntava a un’estetica ancora più audace e a un suono che strizzava l’occhio al rock’
‘roll più spinto. Parlo della Eko Cobra, un’altra delle icone di fine anni ’50 e inizio ’60, che merita un posto d’onore tra le chitarre elettriche Eko degli anni 50 per la sua concezione, anche se la produzione di massa è esplosa un attimo dopo.

La Eko Cobra, come la 500, fu introdotta nel 1959. Ma se la 500 aveva un’eleganza sobria, la Cobra era più aggressiva, più sfacciata. Il body era spesso asimmetrico, con intagli e contorni che ricordavano un po’ le forme “futuristiche” che stavano emergendo in America, ma sempre con quel tocco Eko inconfondibile. Era uno strumento che urlava “rock’
‘roll” anche solo a guardarlo.

I pickup della Cobra erano spesso simili a quelli della 500, ma a volte Eko sperimentava con configurazioni diverse, magari con pickup più potenti o con una spaziatura leggermente diversa per dare un suono più “cattivo”. Ricordo di averne provata una in un negozio vintage anni fa, e il suono era sorprendentemente brillante e tagliente, con un buon sustain nonostante la semplicità della costruzione. Perfetta per riff energici e assoli pieni di grinta.

Una delle caratteristiche più distintive della Cobra era il suo manico. Spesso sottile e veloce, era pensato per la suonabilità. La tastiera era solitamente in palissandro, e i segnatasti a volte avevano forme particolari, che contribuivano all’estetica unica dello strumento. Il truss rod, se presente, era spesso un sistema semplice, a volte non il più efficace, ma sufficiente per mantenere il manico stabile. Se ne trovi una, controlla sempre la curvatura del manico: è un punto critico nelle vecchie chitarre.

Il ponte era spesso un’evoluzione di quello della 500, a volte con sellette a rullo più efficaci per l’intonazione e un sistema di vibrato più robusto. Il vibrato della Cobra, a volte chiamato “Vibrola”, era un tentativo di Eko di offrire un sistema funzionale e affidabile. Non era un Floyd Rose, certo, ma per l’epoca era un’ottima soluzione per aggiungere un po’ di “whammy” al suono.

La Cobra era una chitarra che non passava inosservata. Era la scelta di molti musicisti di band beat e rock’
‘roll in tutta Europa. Era un simbolo di ribellione, un’alternativa economica e stilosa alle chitarre americane che costavano un patrimonio. Eko, con la Cobra, dimostrava di aver capito le esigenze del mercato e di saper rispondere con strumenti che avevano carattere e personalità.

Cosa controllare se trovi una Eko Cobra vintage:

1. Manico e tastiera: La stabilità del manico è fondamentale. Controlla la curvatura, l’usura dei tasti e se ci sono crepe o delaminazioni sulla tastiera.n2. Elettronica: I potenziometri e il selettore possono essere rumorosi o ossidati. Una pulizia con spray specifico per contatti elettrici spesso risolve, altrimenti vanno sostituiti.n3. Meccaniche e ponte: Le meccaniche originali potrebbero essere poco efficienti. Valuta la sostituzione con modelli moderni, mantenendo il look vintage se possibile. Il ponte, se danneggiato, può essere un problema per l’intonazione.n4. Vibrato: Se c’è un sistema di vibrato, controlla che sia completo e funzionante. Le molle e le boccole possono essere usurate.

L’Eko Cobra è un pezzo di storia che, ancora oggi, può darti grandi soddisfazioni. Non aspettarti la versatilità di una moderna Stratocaster, ma preparati a un suono diretto, brillante e con un’attitudine rock ‘
‘ roll che poche altre chitarre possono eguagliare. È la dimostrazione che anche con un budget limitato, si poteva fare musica di qualità e con stile.

La Eko Florentine: Quando l’Italia incontrava l’America (ma a modo suo)

Se abbiamo parlato di solid body con la Eko 500 e la Cobra, non possiamo ignorare un altro filone importante che Eko ha esplorato fin dalla fine degli anni ’50, dimostrando una versatilità notevole: quello delle semi-hollow e hollow body. E tra queste, la Eko Florentine (o modelli simili con la stessa impostazione, visto che Eko produceva diverse varianti) è un esempio lampante di come l’azienda di Recanati abbia saputo reinterpretare un classico americano con il suo stile unico. Anche se la produzione piena della Florentine si sposta nei primi anni ’60, le radici e la mentalità progettuale sono saldamente ancorate nel fermento creativo di fine anni ’50.

La Eko Florentine era, in sostanza, la risposta italiana alle chitarre hollow body e archtop americane, come le Gibson ES-335 o le Gretsch. Ma, come al solito, Eko lo fece a modo suo, con un occhio al costo e un altro all’originalità. Il body era spesso in compensato di acero o betulla, con una tavola armonica arcuata e delle “f-holes” (le aperture a forma di “f” tipiche delle chitarre jazz). Questo le conferiva un suono più risonante, più caldo e “legnoso” rispetto alle solid body, pur mantenendo la possibilità di suonare amplificata.

Ricordo di averne vista una, molto malconcia, in un mercatino tanti anni fa. Aveva un fascino pazzesco, un po’ dimesso ma pieno di storia. Il suono, anche da spenta, era sorprendentemente forte e ricco. Una volta attaccata all’ampli, con i suoi pickup, probabilmente gli stessi single coil a volte cromati che trovavi sulla 500 o sulla Cobra, tirava fuori un timbro brillante, quasi twangy, ma con una profondità data dalla cassa armonica. Era perfetta per il jazz, il blues, o anche per il pop melodico che andava di moda in quegli anni.

Il manico della Florentine era solitamente in faggio, con tastiera in palissandro, e spesso era incollato al body, contribuendo al sustain e alla risonanza. La scala era quella classica Eko, un po’ più corta, che la rendeva facile da suonare. Le meccaniche erano simili a quelle delle solid body, e anche qui, spesso erano il primo componente a necessitare di un upgrade.

Il ponte era solitamente un ponte flottante in palissandro o ebano, con un tailpiece trapezoidale o un sistema di vibrato. Il vibrato, se presente, era spesso una versione più elaborata dei sistemi Eko, pensato per dare un tocco di colore al suono senza compromettere la stabilità. Certo, non era un Bigsby originale, ma faceva il suo lavoro con dignità.

Mimmo’s Take: I pro e i contro delle hollow body vintage Eko

Pro: Suono caldo e risonante: La cassa armonica aggiunge profondità e carattere.
Leggerezza: Sono generalmente più leggere delle solid body.
Estetica classica: Hanno un look senza tempo che attira molti appassionati.
Versatilità: Adatte a diversi generi, dal jazz al rock leggero.

Contro: Feedback: Ad alti volumi, le hollow body tendono a fischiare (feedback). È un problema comune che richiede un po’ di gestione, magari con un blocco di schiuma all’interno o posizionandosi correttamente rispetto all’amplificatore.
Fragilità: Il body cavo è più delicato e soggetto a crepe o danni da umidità.
Manutenzione: L’accesso all’elettronica è più complicato rispetto a una solid body, spesso richiede di lavorare attraverso le f-holes. Ho passato ore a lottare con i potenziometri che cadevano dentro!

La Eko Florentine è un’altra dimostrazione della visione di Pigini e del suo team. Non si sono limitati a un solo tipo di chitarra, ma hanno esplorato diverse strade, offrendo ai musicisti una gamma di strumenti che copriva diverse esigenze e gusti. Trovare una Florentine in buone condizioni è una vera chicca, un pezzo di storia musicale che ti permette di sentire come suonava l’Italia di fine anni ’50 e inizio ’60. E se ti capita di metterci le mani sopra per un restauro, preparati a imparare tanto sulla liuteria delle hollow body. È un’esperienza che ti arricchisce, credimi.

L’eredità delle Eko anni ’50: Più di semplici chitarre vintage

Arrivati a questo punto, spero che tu abbia capito che le chitarre elettriche Eko anni 50 non sono solo vecchi ferri da recuperare. Sono veri e propri pezzi di storia, testimoni di un’epoca di grande fermento, di innovazione e di una sana dose di “fai da te” all’italiana. Oliviero Pigini e il suo team a Recanati non avevano i budget di Fender o Gibson, ma avevano un’idea chiara: creare strumenti accessibili, suonabili e con un carattere distintivo. E ci sono riusciti alla grande.

Queste prime chitarre elettriche di Eko, nate sul finire degli anni ’50, hanno gettato le basi per l’esplosione produttiva e creativa degli anni ’60, quando Eko divenne uno dei maggiori produttori di chitarre al mondo. Hanno permesso a migliaia di giovani musicisti, non solo in Italia ma in tutta Europa, di imbracciare uno strumento elettrico e di iniziare a suonare il rock’
‘roll, il beat, il surf music. Hanno dato una voce a una generazione.

Per me, che passo le mie giornate con le mani sporche di polvere di legno e i ferri sul banco, c’è qualcosa di profondamente stimolante nel lavorare su una vecchia Eko. Non è solo un restauro, è un dialogo con il passato. È cercare di capire le scelte di chi l’ha costruita, i compromessi, le intuizioni. E poi, è la soddisfazione di vedere uno strumento che magari era destinato alla discarica, tornare a vivere, a suonare, a raccontare ancora la sua storia.

Perché vale la pena riscoprire una chitarra Eko vintage:

Carattere unico: Hanno un suono e un’estetica che non trovi nelle chitarre moderne. Quel “vibe” vintage è impagabile.
Valore storico: Sono un pezzo importante della storia della liuteria italiana ed europea.
Progetto DIY ideale: Spesso richiedono un po’ di lavoro, ma sono relativamente semplici da smontare e riparare, rendendole perfette per chi ama il fai da te. Puoi imparare tantissimo mettendoci le mani.
Accessibilità: Anche se i prezzi sono in aumento, si possono ancora trovare a cifre ragionevoli rispetto a certi vintage americani.
Suonabilità: Molte Eko, una volta sistemate, sono strumenti perfettamente suonabili e divertenti.

Certo, non aspettarti la precisione di una chitarra di liuteria moderna o la versatilità estrema. Queste chitarre elettriche Eko anni 50 sono strumenti con un’anima, con i loro pregi e i loro difetti. Le meccaniche potrebbero essere un po’ lasse, l’elettronica un po’ rumorosa, il manico non sempre perfetto. Ma è proprio in questi “difetti” che si nasconde parte del loro fascino e della loro personalità. Sono come vecchi amici che hanno tante storie da raccontare, e un po’ di rughe non fanno che aggiungere carattere.

Se ti capita di incrociare una Eko 500, una Cobra o una Florentine (o qualsiasi altra Eko di quel periodo), non ignorarla. Dagli un’occhiata, prova a suonarla. Potresti scoprire una gemma nascosta, un pezzo di storia che aspetta solo di essere riscoperto. E magari, con un po’ di pazienza e qualche attrezzo, potresti essere tu a riportarla in vita, a farla cantare di nuovo. Questo è il bello del fai da te: non solo costruisci, ma ridai vita a qualcosa che altrimenti andrebbe perduto. E in fondo, non è forse questo il vero spirito del rock’
‘roll?

Per approfondire la storia di Eko e i suoi modelli, puoi dare un’occhiata a siti specializzati come Vintage Guitars, che spesso hanno sezioni dedicate ai marchi storici italiani: Vintage Guitars. È sempre bello vedere come il nostro contributo, anche piccolo, possa far risplendere un pezzo di storia.

Vedi anche

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

it_ITItaliano