Storia chitarre elettriche giapponesi: i 5 modelli chiave

Se c’è una cosa che ho imparato in anni passati con le mani sporche di segatura e stagno, è che la storia di una chitarra non è solo una lista di specifiche tecniche. È fatta di persone, di intuizioni, di errori clamorosi e di colpi di genio. E la storia delle chitarre elettriche giapponesi è un vero e proprio romanzo, con un sacco di colpi di scena che hanno riscritto le regole del gioco.

Per tanto tempo, il “Made in Japan” sulle chitarre era sinonimo di roba economica, un po’ giocattolo, le classiche “copie” che compravi al discount. Me lo ricordo bene quando ero ragazzino, si snobbava un po’. Ma poi, qualcosa è cambiato. E non è cambiato solo il prezzo o la qualità: è cambiato il modo in cui noi, chitarristi e smanettoni, guardiamo a questi strumenti.

Oggi, quelle chitarre sono oggetti di culto, ricercatissime, e in molti casi, superiori agli originali dell’epoca. Come è successo? Beh, mettiti comodo, prendiamoci un caffè e ti racconto la mia versione, quella di uno che ha visto passare un sacco di manici e corpi nel suo garage. Non è una lezione universitaria, è una storia che vale la pena di conoscere, perché ti fa capire quanto l’ingegno e la perseveranza possano ribaltare ogni pronostico.

L’alba del Sol Levante nel mondo delle sei corde: da imitazioni a icone

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Pensate al Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un paese che si è rimboccato le maniche, ha ricostruito tutto e ha puntato fortissimo sulla manifattura. All’inizio, la parola d’ordine era “produrre tanto, a basso costo”. E questo si rifletteva anche nelle chitarre. Negli anni ’50 e ’60, il mercato era invaso da strumenti giapponesi marchiati con nomi che facevano il giro del mondo, ma venduti spesso nei grandi magazzini americani.

Eravamo nell’era delle “department store guitars”: Teisco, Guyatone, Kawai. Erano chitarre con forme a volte stravaganti, pickup un po’ sbilenchi, legni non sempre il massimo. Oneste, per carità, ma non certo le Fender o le Gibson che facevano sognare i musicisti. Erano chitarre per chi iniziava, per chi non aveva tanti soldi, o per chi cercava qualcosa di diverso, un po’ esotico. E onestamente, chi non ha avuto un amico con una Teisco un po’ malconcia che suonava stranissima ma affascinante? Io ne ho avuta una, e ci ho smanettato per ore cercando di capire come diavolo funzionasse quel pickup così strano.

Il punto di svolta, però, arriva a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Le aziende giapponesi, con una mentalità che definirei “ossessiva” per la qualità e la precisione, iniziano a studiare gli strumenti americani più blasonati. Non volevano più solo copiare l’estetica, volevano copiare l’anima, il suono, la sensazione. Volevano replicare le leggendarie Stratocaster, Les Paul, Telecaster, ma con una cura nei dettagli che, in quel periodo, le stesse aziende americane stavano un po’ perdendo.

Ed è qui che nasce la leggendaria “Lawsuit Era”. Le copie erano diventate così fedeli, e in molti casi migliori degli originali prodotti in serie, che Fender e Gibson iniziarono a sentire puzza di bruciato. Non era solo una questione di logo, era una questione di quote di mercato e, soprattutto, di reputazione. Le chitarre giapponesi stavano dimostrando che si poteva fare qualità eccelsa a un prezzo più accessibile. E questo, per l’industria americana, era un bel problema.

I primi “cloni” che hanno fatto la storia – e qualche guaio

La “Lawsuit Era” non è stata solo una questione legale, è stata una dichiarazione d’intenti. Le aziende giapponesi avevano dimostrato di saper fare le cose bene. Molto bene. E alcune di queste copie sono diventate leggendarie, non solo per la loro qualità, ma per aver spinto i produttori originali a rialzare l’asticella.

1. Ibanez “Lawsuit” Les Paul / Stratocaster: il punto di non ritorno

Tra i marchi che hanno cavalcato l’onda della “Lawsuit Era”, Ibanez è senza dubbio uno dei più iconici. Prima di diventare famosa per le sue chitarre shredder e i suoi modelli originali, Ibanez era la regina indiscussa delle copie. E non copie qualsiasi, ma repliche che, in molti casi, superavano gli originali dell’epoca in termini di cura costruttiva e attenzione ai dettagli.

Ricordo ancora la prima volta che ho messo le mani su una di quelle Ibanez “Lawsuit” degli anni ’70. Era una Les Paul Custom, di un amico che l’aveva trovata in un mercatino. La finitura era impeccabile, il manico scorrevolissimo, e i pickup suonavano con una pasta incredibile. Non era solo “simile” a una Gibson, era una Gibson per tanti aspetti, ma costava un terzo. Il mio amico l’aveva pagata una miseria, e suonava da paura.

Il segreto di Ibanez? Non si limitavano a copiare la forma. Studiavano i legni, i profili dei manici, i pickup, fin nei minimi dettagli. Se una Les Paul degli anni ’50 aveva un manico cicciotto e un certo tipo di radius, loro cercavano di replicarlo. Se una Stratocaster pre-CBS aveva un certo tipo di ponte, loro lo copiavano fedelmente, a volte migliorandolo con acciai più stabili.

Il loro successo fu tale che nel 1977, la Gibson, stanca di vedere le sue vendite erose da chitarre quasi identiche, decise di fare causa alla Hoshino Gakki (il distributore di Ibanez negli USA). La causa riguardava la forma della paletta (headstock) della Les Paul e della open-book di Gibson. Ibanez accettò di cambiare i suoi design, e quella data segnò una svolta epocale. Da quel momento, Ibanez iniziò a investire massicciamente nella creazione di modelli originali, che avrebbero poi definito l’era dello shred e del metal.

Ma quelle “Lawsuit” rimangono un simbolo. Non solo per la loro qualità intrinseca, ma per aver dimostrato che i giapponesi non erano solo bravi a copiare, ma a costruire strumenti eccezionali. Se ne trovi una in giro oggi, non fartela scappare. Potrebbe avere bisogno di un piccolo setup o di una modifica elettronica, ma la base è solida come una roccia.

L’era d’oro delle repliche e l’ascesa dei giganti

Dopo lo scandalo delle “lawsuit”, il panorama delle chitarre giapponesi non si è fermato. Anzi, ha accelerato. Alcuni marchi hanno continuato a perfezionare l’arte della replica, raggiungendo vette di accuratezza maniacale, mentre altri hanno iniziato a collaborare direttamente con i giganti americani.

2. Tokai “Springy Sound” / “Love Rock”: i “pre-CBS killer”

Quando si parla di repliche giapponesi che hanno raggiunto lo status di leggenda, non si può non citare Tokai. Questo marchio, fondato nel 1947, ha raggiunto il suo apice tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 con le sue serie “Springy Sound” (repliche Stratocaster) e “Love Rock” (repliche Les Paul).

La Tokai non si limitava a copiare, studiava. Era come se avessero smontato ogni singola chitarra vintage americana, misurato ogni componente, analizzato ogni curva, ogni tipo di legno. Volevano replicare non solo l’aspetto, ma anche la sensazione, il peso, e soprattutto, il suono delle chitarre originali degli anni ’50 e ’60. E ci sono riusciti in un modo spettacolare.

Molti chitarristi, inclusi professionisti, consideravano le Tokai di quel periodo superiori alle Gibson e Fender che venivano prodotte contemporaneamente. Non è un’esagerazione: mentre le case americane attraversavano periodi di produzione meno brillanti, Tokai era lì, in Giappone, a costruire strumenti con una dedizione quasi maniacale. Usavano legni di qualità eccellente, pickup avvolti con cura, e finiture che resistevano al tempo.

Una delle cose che mi ha sempre colpito delle Tokai è la loro fedeltà ai dettagli vintage. Ad esempio, le “Springy Sound” replicavano i profili dei manici delle Stratocaster pre-CBS con una precisione incredibile. Il radius della tastiera, la forma della paletta, persino le decal Fender sulla paletta (senza il logo Tokai in evidenza) erano così simili da ingannare anche l’occhio più esperto. Questo ha contribuito a creare la leggenda delle Tokai come “pre-CBS killer” o “Gibson killer”.

Io ho avuto per le mani una Tokai Love Rock del ’81, e vi assicuro che il sustain e la risonanza erano pazzeschi, paragonabili a una Les Paul ben più costosa. Se ne trovate una di quel periodo in buone condizioni, è un investimento sicuro. Sono chitarre che hanno un’anima, e che dimostrano quanto la ricerca della perfezione possa dare frutti straordinari.

3. Fender Japan (JV Series): l’ironia del destino

Questa è la storia più incredibile di tutte, un vero e proprio paradosso che ha segnato la storia delle chitarre elettriche giapponesi. Immaginate: la Fender, l’icona americana, che a inizio anni ’80 si trova in difficoltà. La qualità delle sue produzioni USA non è al massimo, i costi sono alti, e il mercato è invaso da repliche giapponeshe di altissima qualità. Cosa fa? Decide di fare un patto con il diavolo… o meglio, con il Giappone.

el 1982 nasce Fender Japan. L’idea era semplice: produrre chitarre Fender di alta qualità per il mercato giapponese e, in parte, per l’esportazione, a un costo più contenuto rispetto alla produzione americana. Ma c’era un dettaglio fondamentale: queste chitarre dovevano essere migliori delle Fender americane dell’epoca. E ci riuscirono.

Le prime serie, conosciute come le “JV Series” (dalle iniziali del numero di serie “JV” – Japanese Vintage), sono diventate leggenda. Erano Stratocaster e Telecaster che replicavano fedelmente i modelli vintage pre-CBS, con una cura e una precisione che la stessa Fender USA aveva perso. I legni erano eccellenti, le finiture impeccabili, e l’hardware di altissima qualità. Molti sostengono che le JV suonassero meglio delle Fender americane contemporanee. E vi dirò, avendone provate un paio, mi è caduta la mascella.

La cosa più assurda è che queste chitarre erano spesso vendute a prezzi stracciati rispetto alle controparti USA, eppure la loro qualità costruttiva era superiore. Questo ha creato un’enorme domanda e ha contribuito a ristabilire la reputazione di Fender stessa, dimostrando che si poteva ancora produrre una Stratocaster o una Telecaster di livello mondiale.

Le JV Series sono un esempio lampante di come il Giappone, da semplice copista, sia diventato un benchmark di qualità. Hanno costretto Fender a guardarsi allo specchio e a migliorare la propria produzione, portando alla rinascita del marchio con l’introduzione delle serie Reissue e poi delle American Vintage. Se oggi le Fender USA sono tornate a essere strumenti di altissimo livello, un po’ del merito è anche delle JV giapponesi. Cerco ancora una JV Stratocaster in buone condizioni, magari con un bel manico in acero. Sono strumenti che, una volta settati a dovere, non temono confronti.

L’innovazione giapponese e l’identità propria

Dopo aver dimostrato al mondo intero di saper replicare gli standard qualitativi (e spesso superarli), le aziende giapponesi hanno iniziato a sentirsi strette nel ruolo di “copisti”. Era il momento di creare qualcosa di proprio, di innovare, di lasciare un’impronta distintiva nel panorama musicale. E lo hanno fatto in grande stile, cavalcando nuove mode e tendenze.

4. Ibanez JEM / RG Series: la rivoluzione dello Shred

Qui Ibanez fa il salto definitivo da “copista di lusso” a pioniere. Dimenticate le “Lawsuit” Les Paul; negli anni ’80, il mondo della chitarra elettrica era in fermento. Nasceva lo shred, il metal, e i chitarristi avevano bisogno di strumenti che potessero tenere il passo con tecniche sempre più estreme: manici velocissimi, ponti flottanti che reggevano i dive bomb più selvaggi, pickup potenti e versatili.

Ibanez ha colto al volo questa esigenza e, grazie anche a collaborazioni strategiche con chitarristi del calibro di Steve Vai, ha dato vita a icone come la JEM e la serie RG. La JEM, con il suo “Monkey Grip” (il buco nella parte superiore del corpo) e i suoi intarsi a “Tree of Life”, era una vera e propria dichiarazione d’intenti: un design audace, un’ergonomia pensata per la velocità, e un suono che spaccava.

Le caratteristiche chiave di queste chitarre, che hanno influenzato generazioni di costruttori e chitarristi, erano:

Manici sottilissimi (Wizard Neck): Progettati per la massima velocità e comfort, permettevano di eseguire passaggi tecnici con una facilità impensabile su manici più tradizionali.
Ponti Floyd Rose (o simili, come l’Edge): Essenziali per le tecniche di vibrato estreme, garantivano una stabilità d’accordatura incredibile anche dopo abusi furiosi.
Configurazioni pickup H-S-H: Spesso con humbucker potenti al ponte e al manico, e un single coil centrale, offrivano una gamma sonora vastissima, dal pulito cristallino al distorto più aggressivo.
Finiture appariscenti: Colori sgargianti, intarsi elaborati, tutto contribuiva a un’estetica che urlava “rock star”.

L’impatto di queste chitarre sul suono e sullo stile dei chitarristi è stato enorme. Hanno ridefinito cosa significava “chitarra da rock” e hanno aperto le porte a un’ondata di virtuosismo tecnico. Se oggi prendi una chitarra da metal, è molto probabile che abbia ereditato qualcosa dal DNA delle Ibanez RG.

Per chi come me ama smanettare, lavorare su una JEM o una RG è un’esperienza a sé. Regolare un ponte Floyd Rose non è uno scherzo, ve lo dico per esperienza! Serve pazienza, precisione e gli attrezzi giusti, ma una volta che lo capisci, le possibilità sonore sono infinite. Le Ibanez di quest’epoca sono la prova che l’innovazione giapponese non era solo perfezionamento, ma anche visione.

5. Yamaha Pacifica: il cavallo di battaglia inaspettato

Quando pensiamo alle chitarre giapponesi iconiche, spesso ci vengono in mente i modelli di lusso o le repliche fedeli. Ma c’è una chitarra che, pur essendo spesso sottovalutata, ha avuto un impatto enorme per la sua qualità, versatilità e accessibilità: la Yamaha Pacifica.

Lanciata nei primi anni ’90, la Pacifica è stata concepita come una chitarra “moderna”, che prendeva ispirazione dalla Stratocaster ma aggiungeva un sacco di tocchi personali e pratici. Non era una replica, era un’interpretazione, e lo era in un modo brillante. Il suo obiettivo? Offrire una chitarra affidabile, ben costruita e dal suono versatile a un prezzo che la rendesse accessibile a studenti e musicisti con budget limitati. E ci è riuscita alla grande.

Le Pacifica, specialmente i modelli di fascia media come la 112, sono diventate dei veri e propri cavalli di battaglia. Perché?

Qualità costruttiva eccellente per il prezzo: Legni onesti (spesso ontano), assemblaggio preciso, e una cura nei dettagli che molti marchi più blasonati si sognavano in quella fascia di prezzo.
Versatilità sonora: Spesso equipaggiate con una configurazione H-S-S (humbucker al ponte, single coil al centro e al manico), offrivano una gamma di suoni incredibile, dal blues al rock, dal pop al metal leggero. Molti modelli avevano anche il coil-split per l’humbucker, aumentando ulteriormente le opzioni.
Comfort e suonabilità: Manici comodi, hardware affidabile, e un’ergonomia pensata per lunghe sessioni di studio o live.
Potenziale di modifica: Per me, la Pacifica è la dimostrazione che non serve spendere un capitale per avere uno strumento serio da modificare. Con un cambio di pickup, un nuovo wiring, o magari un ponte migliore, una Pacifica può trasformarsi in una chitarra che suona benissimo e non sfigurare accanto a strumenti di fascia superiore. Ho visto Pacifica con pickup Seymour Duncan o DiMarzio che facevano invidia a Strato ben più costose.

La Pacifica non ha la stessa aura “vintage” di una Tokai o la rabbia shred di una JEM, ma è la prova che l’industria giapponese ha saputo creare strumenti originali, affidabili e con un rapporto qualità-prezzo imbattibile. È una chitarra onesta, senza fronzoli, che fa il suo dovere e lo fa bene. E per chi come noi ama il DIY, è una tela bianca perfetta per esprimere la propria creatività.

Per approfondire la storia di Yamaha Guitars e l’evoluzione della Pacifica, potete dare un’occhiata a risorse come Wikipedia, che offre una buona panoramica dei vari modelli e delle loro caratteristiche, ad esempio la pagina dedicata alla [storia di Yamaha Guitars](https://en.wikipedia.org/wiki/Yamaha_Guitars).

L’eredità delle chitarre giapponesi oggi

Arriviamo alla fine di questo viaggio attraverso la storia delle chitarre elettriche giapponesi. Quello che è iniziato come un tentativo di replicare i giganti americani, si è trasformato in qualcosa di molto più grande e significativo. Il Giappone non solo ha imparato a fare chitarre di qualità, ma ha ridefinito il concetto stesso di qualità, innovazione e valore nel mondo delle sei corde.

Oggi, il “Made in Japan” non è più un marchio di serie B, ma un sigillo di eccellenza. Marchi come Fujigen (che ha prodotto molte delle JV Series e ancora oggi produce per molti marchi blasonati), ESP (con le sue chitarre di alta gamma per metal e hard rock), o le stesse produzioni attuali di Ibanez e Yamaha, sono sinonimo di precisione, affidabilità e, spesso, innovazione.

L’eredità di quei cinque modelli chiave, e di tutti gli altri che hanno contribuito a questa rivoluzione, è immensa:

Hanno alzato l’asticella: Hanno costretto i produttori originali a migliorare la propria produzione, innescando una sana competizione che ha beneficiato tutti i chitarristi.
Hanno reso la qualità accessibile: Hanno dimostrato che non serviva spendere un patrimonio per avere una chitarra che suonasse bene e fosse costruita con cura.
Hanno ispirato l’innovazione: Hanno spinto i confini del design e della tecnologia delle chitarre, dando vita a nuovi generi musicali e a nuove tecniche esecutive.
Hanno creato un mercato per il DIY: Molte di quelle chitarre “economiche” o “vintage” sono diventate la base perfetta per noi smanettoni. Un vecchio manico Tokai, un body Ibanez, sono ancora oggi ottimi punti di partenza per progetti personalizzati.

La prossima volta che prendi in mano una chitarra “Made in Japan”, fermati un attimo. Non è solo uno strumento. È un pezzo di storia, un simbolo di perseveranza, di attenzione maniacale ai dettagli e di una capacità di innovazione che ha cambiato per sempre il modo in cui suoniamo e concepiamo la chitarra elettrica.

E se ci sono riusciti loro, partendo da zero e con un sacco di scetticismo addosso, beh, puoi farcela anche tu con quel progetto in garage che hai in mente. Basta un po’ di voglia, un saldatore e la consapevolezza che anche dagli errori si impara. Magari la tua prossima chitarra “leggendaria” sarà proprio quella che hai costruito tu, nel tuo garage.

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