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Evoluzione pickup chitarra: viaggio nella storia

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Evoluzione pickup chitarra: viaggio nella storia

Allora, ragazzi, parliamoci chiaro. Quante volte avete cercato quel suono specifico? Quella botta in più, quella trasparenza cristallina, o magari quel calore avvolgente che avete sentito su un disco e vi ha fatto dire: “Cavolo, voglio quel suono!” Io un sacco di volte, ve lo assicuro. E spesso la risposta non è solo l’ampli o il pedale, ma sta proprio lì, sotto le corde: il pickup. Non sono un liutaio con l’attestato da appiccicare al muro, lo sapete. Sono uno che ha passato ore nel garage, con il saldatore in mano, a smontare, rimontare, provare pickup diversi su chitarre diverse. Ho comprato roba che pensavo fosse la svolta e mi ha lasciato con l’amaro in bocca, e ho scoperto per caso accoppiate che mi hanno fatto volare. Se ci sono riuscito io, sporcandomi le mani e sbagliando un bel po’, potete farlo anche voi. Oggi facciamo un salto nel tempo. Non è una lezione di storia noiosa, promesso. È un viaggio attraverso le menti brillanti, le necessità pratiche e, diciamocelo, anche un po’ di fortuna, che hanno dato vita ai trasduttori magnetici che oggi fanno urlare le nostre sei corde. Capire da dove vengono ci aiuta a capire perché suonano in un certo modo, e magari ci dà qualche idea per il prossimo esperimento nel nostro laboratorio casalingo. Ogni innovazione che vedremo ha cambiato la musica, ha aperto nuove strade sonore. E vi assicuro che, alla fine di questo racconto, avrete qualche storia da sfoggiare alla prossima jam session, o almeno un’idea più chiara di cosa succede dentro quel pezzo di plastica e filo di rame.

I primi esperimenti: quando la chitarra acustica non bastava più

Immaginatevi l’America degli anni ’20 e ’30. Le big band spopolavano, i sassofoni e le trombe riempivano le sale da ballo con un volume impressionante. In mezzo a tutto quel baccano, la povera chitarra acustica, per quanto suonata con passione, faticava a farsi sentire. Era un po’ come cercare di far fischiare un moscerino in un concerto rock. Serviva volume, serviva proiezione. I primi tentativi di amplificare una chitarra erano, diciamo così, rudimentali. Si provò con microfoni a carbone, di quelli usati nei telefoni, posizionati vicino alla tavola armonica. Funzionava, sì, ma il suono era distorto, poco naturale e pieno di feedback. Un casino, insomma, che rendeva l’esperienza più frustrante che gratificante. Poi arrivò la svolta, o meglio, l’intuizione geniale. Nel 1931, due menti brillanti, George Beauchamp e Adolph Rickenbacker, si misero al lavoro. Beauchamp, un chitarrista, voleva disperatamente farsi sentire. Rickenbacker, un ingegnere, aveva le competenze per trasformare quell’idea in realtà. Insieme fondarono la Electro String Instrument Corporation. Il loro primo successo fu la “Frying Pan” (padella), ufficialmente la A-22. Non era una chitarra nel senso che la conosciamo oggi, ma una lap steel in alluminio, progettata per essere suonata in grembo. La vera innovazione, però, era il pickup: un gigantesco “horseshoe” (ferro di cavallo) che avvolgeva le corde. Questo pickup non era un microfono. Era un trasduttore magnetico. Funzionava così: c’erano sei magneti permanenti, uno per corda, e una bobina di rame avvolta attorno a questi magneti. Le corde, vibrando nel campo magnetico, inducevano una piccolissima corrente elettrica nella bobina. Questa corrente, amplificata, diventava il suono della chitarra. Il suono della “Frying Pan” era qualcosa di mai sentito prima: potente, sostenuto, con un carattere metallico e penetrante. Era perfetto per il blues e i primi esperimenti di musica hawaiana, che all’epoca era popolarissima. La gente impazziva. Finalmente, la chitarra poteva competere con la sezione ottoni. Questa fu la vera genesi del pickup elettromagnetico come lo conosciamo. Fu un momento storico, un punto di non ritorno per la musica moderna.

La rivoluzione Gibson: il P-90 e il suono del Blues

Dopo i primi, pionieristici pickup di Rickenbacker, il mondo della chitarra elettrica era pronto per il passo successivo. Siamo negli anni ’40, la Seconda Guerra Mondiale è finita e c’è una gran voglia di musica nuova, di suoni più corposi e caldi. Ed è qui che entra in gioco Gibson, un nome che avrebbe scritto pagine intere della storia della chitarra. Gibson, già rinomata per le sue chitarre acustiche e archtop di alta qualità, non poteva restare a guardare mentre la musica si elettrificava. Avevano bisogno di un pickup che potesse catturare la ricchezza timbrica dei loro strumenti, ma con il volume e il sustain che i musicisti iniziavano a desiderare. Così, intorno al 1946, nasce il P-90. Non era un pickup sottile e delicato come quelli che sarebbero arrivati dopo, ma un vero e proprio “pezzo di artiglieria”. Era un single coil, sì, ma con una concezione diversa. Invece di magneti singoli per corda, il P-90 usava due barre di magneti Alnico V sotto una bobina larga e piatta. Queste barre magnetizzavano sei viti polari regolabili, che spuntavano attraverso la parte superiore del pickup. Il risultato? Un suono incredibilmente potente, con un midrange pronunciato e un’ottima risposta agli attacchi. Era più “cicciotto” e “grintoso” di quanto i pickup Rickenbacker potessero offrire, ma manteneva quella chiarezza e quella dinamica tipiche dei single coil. Il P-90 aveva un’anima blues e rock and roll. Chitarristi come Les Paul (che, non a caso, diede il suo nome alla chitarra Gibson più iconica) iniziarono a sperimentare con il P-90. Era il suono delle prime Gibson Les Paul Goldtop, delle SG Junior, di molte archtop elettrificate. Pensate a un suono blues ruvido, che sporca l’amplificatore in modo naturale, o a quel ringhio rock and roll dei primi anni ’50. Quello era il P-90. Una delle cose che mi ha sempre affascinato del P-90 è la sua versatilità, nonostante la sua apparente semplicità. Può essere dolce e jazzy se suonato pulito, ma tirateci dentro un bel riff rock e vi risponderà con un ruggito che pochi altri pickup sanno dare. Ho avuto una Epiphone Les Paul Junior con un P-90 al ponte, e vi assicuro che era una macchina da guerra per il garage rock. Ogni volta che la attaccavo a un piccolo ampli valvolare, era una scarica di adrenalina. Il P-90 si presentava in diverse forme: il “soapbar” (saponetta), con la sua cover rettangolare in plastica avvitata direttamente al corpo, e il “dogear” (orecchio di cane), con le sue alette laterali per l’installazione su chitarre con top arcuato o semihollow. Entrambi avevano lo stesso cuore, ma si adattavano a estetiche e costruzioni diverse. Ancora oggi, il P-90 è un pickup amatissimo, un classico intramontabile che continua a definire il suono di generazioni di chitarristi.

Il trionfo del Single Coil: Fender e la chiarezza cristallina

Mentre Gibson si affermava con il suo robusto P-90, dall’altra parte del continente, in California, un altro genio stava per cambiare per sempre il panorama della chitarra elettrica. Il suo nome era Leo Fender, e la sua filosofia era diametralmente opposta a quella delle aziende tradizionali. Leo non era un musicista, ma un ingegnere elettronico con una passione per la praticità, la modularità e la produzione di massa. Leo Fender non pensava a “scolpire” il suono di una chitarra acustica preesistente. Voleva creare strumenti elettrici da zero, progettati per essere amplificati. E i suoi pickup riflettevano questa visione: semplici, efficaci, e con un carattere sonoro inconfondibile.

I pickup della Telecaster: il “Twang” che ha fatto la storia

La prima chitarra elettrica solid-body di successo prodotta in serie da Fender fu la Broadcaster (poi ribattezzata Telecaster) nel 1950. I suoi pickup erano l’epitome della filosofia di Leo: essenziali ma geniali. Il pickup al ponte della Telecaster era un piccolo gioiello di ingegneria. Aveva sei poli magnetici (Alnico III o V, a seconda del periodo), uno per corda, avvolti da una bobina di filo di rame sottile. Era montato su una piastra metallica che contribuiva a dare al suono una certa brillantezza e un attacco rapido. Il suono? Il famoso “twang” della Tele. Brillante, squillante, percussivo, con un sustain sorprendente. Era il suono perfetto per il country, il rockabilly e il blues più graffiante. Il pickup al manico, invece, era coperto da una calotta metallica. Era più caldo e rotondo, un bel contrasto con la brillantezza del ponte. L’accoppiata di questi due pickup, con il loro selettore a tre posizioni, offriva una gamma di suoni incredibilmente versatile per l’epoca. Ho passato ore a cercare di replicare quel suono “in between” della Tele, quel mix di brillantezza e calore che ti fa venire voglia di suonare riff alla Keith Richards per tutta la notte.

I pickup della Stratocaster: la campana e la versatilità

Poi, nel 1954, arrivò la Stratocaster, e con essa un’altra evoluzione significativa nel design dei single coil. La Stratocaster non aveva uno, non due, ma ben tre pickup single coil. Questa configurazione, unita a un selettore a cinque posizioni (anche se inizialmente era a tre, i chitarristi impararono presto a incastrare la leva nelle posizioni intermedie per ottenere quei suoni “out of phase”), apriva un mondo di possibilità sonore. I pickup della Stratocaster erano simili a quelli della Tele, ma con alcune differenze chiave. Spesso avevano poli “staggered” (sfalsati), cioè di altezze diverse. Questa scelta non era casuale: serviva a bilanciare l’output delle corde, che all’epoca avevano diametri diversi e generavano volumi differenti. Ad esempio, la corda del Sol, essendo avvolta, aveva un output più basso, quindi il polo sotto di essa era più alto. Era una soluzione ingegnosa per un problema pratico. Il suono dei pickup Stratocaster era leggendario: cristallino, “bell-like” (come una campana), con un attacco preciso e una risonanza quasi acustica. Le posizioni intermedie (manico+centro e ponte+centro) producevano quel suono “quacky” (come un’anatra) e leggermente fuori fase, amato da artisti come Jimi Hendrix, Eric Clapton e Mark Knopfler. Era il suono del surf rock, del blues psichedelico, del rock progressivo. Ricordo ancora la prima volta che ho messo le mani su una Stratocaster vera, non una di quelle repliche economiche. Ho attaccato l’ampli, ho selezionato la posizione intermedia tra manico e centro, e ho suonato un accordo. Ho sentito subito quel suono “liquido”, quella trasparenza che ti fa sentire ogni singola nota dell’accordo. È stato un momento rivelatore, capii perché tanti chitarristi erano ossessionati da quello strumento. I pickup single coil di Fender hanno definito il suono di intere generazioni musicali, dimostrando che la semplicità, se ben progettata, può essere sinonimo di grandezza. La loro brillantezza e la loro dinamica rimangono un punto di riferimento per molti chitarristi e produttori.

La battaglia contro il rumore: l’invenzione dell’Humbucker

La brillantezza e la chiarezza dei single coil di Fender e P-90 di Gibson erano innegabili, ma avevano un tallone d’Achille: il “hum” o ronzio a 60 cicli. Quel fastidioso rumore di fondo che si intensificava con l’aumentare del volume o in presenza di interferenze elettromagnetiche. Nell’era delle big band, era tollerabile. Ma con l’avvento del rock and roll e la necessità di suoni più potenti e distorti, il ronzio stava diventando un problema serio. È qui che entra in gioco un altro personaggio chiave, Seth Lover, un ingegnere di Gibson. La sua missione, affidatagli da Ted McCarty (il presidente di Gibson), era eliminare quel maledetto ronzio. E Lover, nel 1955, ci riuscì in modo brillante, inventando il pickup humbucker.

Il “Patent Applied For” (PAF): la nascita della leggenda

L’idea di Lover era semplice quanto geniale: usare due bobine invece di una. Ma non solo due bobine qualsiasi. Le due bobine erano avvolte in modo identico, ma cablate in controfase tra loro. Questo significava che il ronzio a 60 cicli, che è un rumore di fase, veniva cancellato, perché le sue onde sonore si annullavano a vicenda. Le vibrazioni delle corde, invece, venivano catturate in fase da entrambe le bobine, e il loro segnale si sommava. Il risultato: un pickup potente, senza ronzio e con un suono completamente nuovo. I primi humbucker di Gibson erano avvolti a mano, e questo portò a una notevole variabilità tra un esemplare e l’altro. Non c’era un processo di bobinatura completamente automatizzato e controllato. Per questo motivo, molti di questi pickup originali avevano resistenze diverse e, di conseguenza, suoni leggermente differenti. Questa variabilità, lungi dall’essere un difetto, è diventata parte del loro fascino, contribuendo al mito del “PAF”. Il suono del PAF era più pieno, più spesso e con un output maggiore rispetto ai single coil. Aveva meno brillantezza sulle alte frequenze, ma un midrange più ricco e un sustain maggiore. Era il suono perfetto per il blues-rock emergente, per il jazz più caldo e per il rock più duro. Le Les Paul equipaggiate con i PAF divennero leggendarie, definendo il suono di chitarristi come Jimmy Page, Eric Clapton (nella sua fase Bluesbreakers) e Peter Green. Ricordo quando ho aperto il mio primo humbucker per capire come funzionava. Vedere quelle due bobine affiancate, così diverse dal single coil a cui ero abituato, mi ha fatto capire l’eleganza di quella soluzione. Ho provato a misurare la resistenza dei due avvolgimenti e confrontarli. È affascinante come un’innovazione pensata per risolvere un problema tecnico abbia finito per creare un timbro sonoro completamente nuovo e iconico.

Il Filter’Tron di Gretsch: un approccio diverso al “hum-cancelling”

Quasi contemporaneamente a Seth Lover, un altro ingegnere, Ray Butts, stava lavorando a un problema simile per Gretsch. Butts era un innovatore, e la sua soluzione al ronzio, il Filter’Tron, debuttò nel 1957. Anche il Filter’Tron era un humbucker, ma aveva un design leggermente diverso e, di conseguenza, un suono distinto. I Filter’Tron erano più sottili e stretti rispetto ai PAF di Gibson, e i loro magneti Alnico erano posizionati in modo diverso. Il suono risultante era più brillante e trasparente di un PAF, ma comunque più corposo di un single coil. Era un suono che manteneva il “ring” e l’articolazione, con un pizzico di quel “twang” tipico dei single coil, ma senza il ronzio. Il Filter’Tron divenne il suono distintivo delle chitarre Gretsch, amato da chitarristi come Chet Atkins, Duane Eddy e, più tardi, Malcolm Young degli AC/DC. Pensate al rockabilly, al country swing, al rock and roll più pulito ma con un bel mordente. Il Filter’Tron era lì. La coesistenza di PAF e Filter’Tron dimostra come l’innovazione possa prendere strade diverse per risolvere lo stesso problema, portando a risultati sonori unici. Entrambi erano humbucker, entrambi eliminavano il ronzio, ma suonavano in modo inconfondibile, offrendo ai musicisti una tavolozza sonora sempre più ampia.

L’era moderna: varianti, innovazioni e la ricerca del tono perfetto

Con i single coil e gli humbucker ormai consolidati, l’evoluzione dei pickup per chitarra non si è certo fermata. Anzi, dagli anni ’70 in poi, abbiamo assistito a un’esplosione di varianti, innovazioni e una ricerca quasi ossessiva del “tono perfetto”, spinta dalle nuove esigenze musicali e dalle possibilità tecnologiche.

Pickup Attivi: Potenza, Silenzio e Precisione

Una delle innovazioni più significative è stata l’introduzione dei pickup attivi. Negli anni ’70, Rob Turner di EMG iniziò a sperimentare con questa tecnologia. L’idea era integrare un piccolo preamplificatore alimentato a batteria direttamente nel pickup stesso. Il vantaggio principale dei pickup attivi (come gli EMG 81/85 o i primi modelli di Seymour Duncan Blackouts) è l’output elevatissimo, il rumore di fondo quasi inesistente e una risposta in frequenza molto più piatta e definita. Questo si traduce in un suono più compresso, con un attacco potente e un sustain infinito, ideale per generi come l’heavy metal, il thrash e il rock moderno, dove la chiarezza e la potenza sotto distorsione sono fondamentali. Ricordo di aver installato un set di EMG 81/85 su una delle mie prime chitarre metal. Il cambiamento è stato drastico: meno ronzio, più gain, e quel suono “tagliente” che ti permette di definire ogni nota anche con distorsioni estreme. Certo, per alcuni puristi, il suono può risultare un po’ “sterile” o “compresso”, ma per chi cerca quel timbro specifico, sono insostituibili.

Humbucker in formato Single Coil: Il Meglio dei Due Mondi?

Molti chitarristi amavano il suono brillante e la sensazione di un single coil, ma odiavano il ronzio. E non volevano modificare la loro Stratocaster o Telecaster per ospitare un humbucker di dimensioni standard. La soluzione? Humbucker in formato single coil. Aziende come DiMarzio (con il suo Super Distortion S) e Seymour Duncan (con i suoi Hot Rails o Quarter Pound) hanno sviluppato pickup che, pur mantenendo le dimensioni di un single coil, contenevano due piccole bobine e funzionavano come un humbucker, cancellando il rumore. Questi pickup offrivano un output molto più alto e un suono più corposo, pur adattandosi perfettamente agli scassi esistenti. È stata una manna per chi voleva “pompare” la propria Strat senza stravolgerla.

Mini-Humbucker e P-90 Rivisitati

Anche i design classici hanno visto delle evoluzioni. Gibson stessa, con la Firebird, introdusse i mini-humbucker: più piccoli dei PAF standard, offrivano un suono più brillante e con un attacco più definito, pur mantenendo la cancellazione del ronzio. Erano un ponte tra il suono di un single coil e quello di un humbucker tradizionale. I P-90, dal canto loro, hanno continuato a essere prodotti e apprezzati, ma sono nate anche varianti “noise-cancelling” per chi amava il loro suono ma non il ronzio. Pickup come i P-90 “stacked” (a bobine sovrapposte) o quelli con una bobina “dummy” (fittizia) cercavano di emulare il suono del P-90 originale eliminando il ronzio.

Materiali e Artigianato Boutique

L’evoluzione non è stata solo tecnologica, ma anche nella riscoperta e nell’ottimizzazione dei materiali. La scelta dei magneti (Alnico II, III, IV, V, Ceramico) è diventata cruciale, ognuno con le sue caratteristiche timbriche: l’Alnico II per un suono più caldo e vintage, l’Alnico V per più potenza e brillantezza, i ceramici per un output elevato e aggressivo. Anche il tipo di filo di rame (gauge), il numero di avvolgimenti (windings) e la tecnica di bobinatura (random vs. machine wound) sono diventati elementi di fine tuning. Qui entrano in gioco i cosiddetti “boutique builders” come Lollar, Fralin, Bare Knuckle, che si sono specializzati nel replicare con estrema fedeltà i pickup vintage o nel creare design unici con un’attenzione maniacale ai dettagli. Loro sono un po’ gli chef stellati della liuteria, che cercano l’ingrediente perfetto e la preparazione impeccabile. Se siete curiosi di sperimentare con questi dettagli, vi consiglio di dare un’occhiata al nostro articolo sulla modifica chitarra. Vi darà qualche spunto su come intervenire e personalizzare il suono del vostro strumento, magari partendo proprio dai pickup. L’era moderna è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per l’evoluzione dei pickup, dove la tradizione incontra l’innovazione, e ogni chitarrista può trovare (o creare) il suono che ha in mente. La varietà di scelta oggi è tale che, con un po’ di ricerca e qualche saldatura, si può davvero trasformare una chitarra in uno strumento unico e personale.

Il futuro dei pickup: tra tradizione e tecnologia

Dove ci porta l’evoluzione degli elementi fonici per chitarra? È una domanda affascinante, perché il futuro, come spesso accade, sembra essere un mix tra il ritorno alle radici e l’esplorazione di nuove frontiere tecnologiche. Da un lato, c’è un’incessante ricerca della perfezione vintage. Molti produttori, dai grandi marchi ai piccoli artigiani, continuano a studiare e replicare i pickup storici con una precisione quasi maniacale. Si analizzano i materiali originali, le tecniche di bobinatura, persino il tipo di smalto del filo, per catturare quel “mojo” inafferrabile dei pickup di una volta. Questo perché, diciamocelo, certi suoni sono semplicemente intramontabili. Un PAF ben fatto o un single coil Stratocaster fedele all’originale avranno sempre il loro posto d’onore. Dall’altro lato, la tecnologia avanza. Abbiamo già visto l’ascesa dei pickup attivi, ma le innovazioni continuano.

Modellazione Digitale e Emulazione

Forse non è un pickup fisico, ma la modellazione digitale ha un impatto enorme su come percepiamo e manipoliamo il suono dei pickup. Processori come Kemper, Axe-FX o i plugin Neural DSP sono in grado di catturare e replicare con incredibile fedeltà il carattere sonoro di specifici pickup, amplificatori e cabinet. Questo permette ai chitarristi di avere una libreria virtuale di suoni senza dover cambiare fisicamente i pickup. È come avere un museo del suono a portata di mano.

Pickup Ibridi e Multimodali

Siamo sempre più abituati a pickup che offrono diverse modalità sonore nello stesso pacchetto. Il coil-splitting (disattivare una bobina di un humbucker per farlo suonare come un single coil) e il coil-tapping (prendere il segnale da un punto intermedio dell’avvolgimento per ridurre l’output) sono ormai comuni. Ma si stanno esplorando anche pickup con diverse configurazioni di magneti, o che combinano sensori magnetici con piezoelettrici per offrire sia il suono elettrico classico che quello acustico sulla stessa chitarra.

Nuovi Materiali e Design

La ricerca su nuovi materiali magnetici, leghe metalliche e tecniche di bobinatura continua. C’è chi sperimenta con pickup senza bobine (come i Fishman Fluence, che usano circuiti stampati multistrato) o con sensori ottici che leggono le vibrazioni delle corde senza interferenza magnetica. Questi approcci promettono di eliminare completamente il rumore e offrire una risposta in frequenza ancora più ampia e fedele.

Pickup Intelligenti e Connessi

on è fantascienza immaginare pickup che possano essere controllati o riconfigurati digitalmente, magari tramite un’app sul telefono. Pickup con equalizzazione integrata e programmabile, o con la possibilità di cambiare la loro “voce” al volo, potrebbero diventare una realtà. L’idea di un pickup che si adatta a qualsiasi genere musicale con un tocco di un pulsante è allettante, anche se per molti di noi il bello è proprio la ricerca e la sperimentazione analogica. Insomma, il futuro è un mix stimolante di rispetto per la tradizione e spinta verso l’ignoto. Il chitarrista di domani avrà a disposizione una gamma di opzioni ancora più vasta, ma la scelta finale, come sempre, dipenderà dal suo orecchio e dalla sua sensibilità. Il mio consiglio è di continuare a sporcarvi le mani, a sperimentare, perché è lì che si scoprono le vere gemme sonore. Se volete approfondire ulteriormente come le diverse tipologie di pickup influenzano il suono e la loro storia, potete trovare ottime risorse sul blog di Seymour Duncan, ad esempio: The History of Electric Guitar Pickups Part 1.

Conclusione

E così, ragazzi, siamo giunti alla fine del nostro viaggio attraverso l’evoluzione dei pickup per chitarra. Dalle rudimentali “padelle” di Rickenbacker ai sofisticati sistemi attivi e ibridi di oggi, ogni tappa di questo percorso è stata dettata da una necessità: fare in modo che la nostra chitarra potesse parlare, e farsi sentire. Abbiamo visto come menti geniali, a volte per risolvere un problema tecnico, altre per inseguire un’idea di suono, abbiano plasmato il timbro della musica moderna. Capire la storia di questi piccoli ma fondamentali componenti non è solo un esercizio di curiosità. Ci aiuta a decifrare perché un certo pickup suona in un certo modo, perché un P-90 ringhia e un humbucker ruggisce, o perché un single coil Fender canta con quella trasparenza cristallina. E, soprattutto, ci dà gli strumenti per fare scelte più consapevoli quando decidiamo di modificare la nostra chitarra, per cercare quel timbro che ci fa vibrare. Spero che questo racconto vi abbia dato non solo qualche informazione in più, ma anche qualche storia da condividere e, perché no, l’ispirazione per il vostro prossimo progetto nel garage. Perché alla fine, il bello della liuteria fai da te è proprio questo: capire, sperimentare, e trovare il proprio suono, un pickup alla volta.

FAQ

Qual è la differenza principale tra un pickup single coil e un humbucker?

La differenza principale sta nel design e nel suono. Un single coil ha una singola bobina di filo avvolta attorno ai magneti, producendo un suono brillante e trasparente, ma è soggetto al ronzio a 60 cicli. Un humbucker ha due bobine cablate in controfase, che annullano il ronzio e producono un suono più pieno, caldo e con un output maggiore.

I pickup attivi sono sempre migliori dei passivi?

on necessariamente. I pickup attivi offrono un output elevato, basso rumore e un suono molto definito, ideali per generi come il metal. Tuttavia, molti chitarristi preferiscono i pickup passivi per la loro dinamica, la risposta più “organica” all’attacco e la capacità di interagire con l’amplificatore in modi unici, soprattutto con suoni puliti o leggermente crunch. È una questione di preferenze personali e di genere musicale.

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