5 chitarre anni 70 leggendarie: modelli e storia
on so voi, ma per me gli anni ’70 hanno sempre avuto un fascino particolare. Non ci sono cresciuto, ma la musica di quel decennio, il suono di quelle band, è qualcosa che mi ha sempre colpito dritto allo stomaco. Pensateci un attimo: è stato un periodo di cambiamenti pazzeschi, dal rock progressivo all’hard rock, dal funk al proto-punk. E ogni genere, ogni artista, aveva bisogno di qualcosa di specifico sotto le dita.
Ecco, quelle chitarre anni 70 non erano solo strumenti. Erano estensioni di un’idea, di un suono che stava nascendo. Erano il risultato di scelte, a volte brillanti, a volte dettate da logiche di produzione o da cambi di proprietà che facevano storcere il naso ai puristi. Ma alla fine, molte di loro sono diventate leggenda.
Oggi non voglio fare l’enciclopedia, non è il mio stile. Voglio raccontarvi un po’ di storie, quelle che si annidano dietro il legno e i pickup di alcune delle chitarre più iconiche di quel periodo. Quelle che, quando le prendi in mano, ti fanno sentire un pezzo di storia. E magari, se avete la fortuna di trovarne una, vi faranno capire perché ancora oggi cerchiamo quel sound.
Gli anni ’70: un crocevia di suoni e decisioni controverse
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Parliamo di Stratocaster. Un nome, una leggenda. Negli anni ’70, però, la Strat era un po’ come un adolescente in piena crisi d’identità. Dopo l’acquisizione da parte di CBS nel 1965, la produzione Fender subì una serie di cambiamenti che, per molti puristi, segnarono un declino nella qualità e nel design. Ma non per questo le chitarre anni 70 a marchio Fender non hanno il loro fascino.
Il look era cambiato, eccome. Il logo “large headstock” era diventato un marchio di fabbrica, con la scritta “STRATOCASTER” bella in evidenza. A me non dispiaceva, dava un’aria più “grossa” allo strumento, quasi più aggressiva, che si sposava bene con il rock che stava prendendo piede.
Ma le modifiche non erano solo estetiche. C’erano dettagli tecnici che facevano discutere:
Il “bullet” truss rod: Al posto del vecchio truss rod che si regolava dal tacco del manico, arrivò il “bullet” che si regolava dalla paletta. Comodo, certo, ma per molti significava meno legno nel punto cruciale del manico, con possibili problemi di stabilità. Nelle mie prove, devo dire che non ho mai avuto grossi guai, ma è vero che a volte il manico era un po’ più “ballerino”.
Il three-bolt neck: Il fissaggio del manico passò da quattro a tre viti, con una placca metallica più grande e un sistema “Micro-Tilt” per regolare l’inclinazione del manico. L’idea era buona, dare più opzioni di setup. La realizzazione? A volte lasciava a desiderare, con manici che tendevano a muoversi lateralmente se non serrati alla perfezione. Se ne avete una, un buon setup è fondamentale.
I pickup “grey bottom”: I pickup, spesso con la base grigia, avevano un suono un po’ diverso dai loro predecessori. Meno “campanellino” e più “spinta”, perfetti per l’hard rock. Non erano i pickup dei primi anni ’60, ma avevano un loro carattere ben definito.
onostante queste “innovazioni” (o compromessi, a seconda dei punti di vista), la Stratocaster degli anni ’70 è stata la compagna di avventura di mostri sacri. Pensate a Ritchie Blackmore, a David Gilmour, a Mark Knopfler. Ognuno di loro ha tirato fuori da quelle chitarre un suono inconfondibile, dimostrando che, con le mani giuste, anche uno strumento controverso può diventare icona.
Io stesso ho avuto una replica di una ’70s Strat che ho modificato a fondo. Ho rifatto il wiring, cambiato i potenziometri, e alla fine ho persino rimosso il Micro-Tilt per un fissaggio più stabile. Non è stato facile, ci ho messo un po’ a capire come farla suonare davvero bene, ma l’esperienza mi ha insegnato tantissimo. Se siete curiosi di vedere come si può dare nuova vita a uno strumento così, date un’occhiata a come ho affrontato la modifying a guitar, magari trovate qualche spunto interessante.
Gibson Les Paul Custom ’70s: il ritorno del Black Beauty
La Les Paul, come la Strat, ha avuto un percorso un po’ tortuoso. Dopo un periodo di declino e l’introduzione della SG negli anni ’60, la Les Paul fece un ritorno in grande stile alla fine degli anni ’60 e per tutti i ’70. E la Les Paul Custom, la “Black Beauty”, era il fiore all’occhiello.
egli anni ’70, la Les Paul Custom era un vero e proprio carro armato. Massiccia, pesante, con un sustain che sembrava non finire mai. Non era una chitarra per tutti, soprattutto se dovevi starci in piedi per un concerto intero! Ricordo la prima volta che ne ho imbracciata una, ho pensato: “Ok, questa è una chitarra da uomo, altro che giochino!”. Il peso era notevole, ma ti dava una sensazione di solidità incredibile.
Le caratteristiche distintive di questi strumenti a sei corde di quel periodo erano:
Pickup T-Top: Questi pickup, chiamati così per la “T” stampata sul top delle bobine, erano gli humbucker standard di Gibson per gran parte del decennio. Avevano un suono equilibrato, caldo ma con una buona chiarezza, perfetti per spingere gli amplificatori in overdrive senza diventare troppo fangosi. Non avevano il mordente dei PAF dei ’50, ma erano dei gran bei pickup.
Il peso: L’abbiamo già detto, ma vale la pena ripeterlo. Le Les Paul Custom degli anni ’70 erano spesso molto pesanti. Questo era dovuto all’uso di legni densi e, a volte, alla mancanza di “weight relief” (camere tonali) che sarebbero arrivate in seguito. Questo peso, però, contribuiva al loro sustain leggendario.
The finish: Spesso in Ebony (nero lucido), ma anche in Wine Red o Alpine White, le Custom erano strumenti eleganti, con binding multiplo e intarsi sulla tastiera in madreperla a blocco. Erano chitarre che si facevano notare, sia per il suono che per l’estetica.
Queste Les Paul Custom sono state le compagne inseparabili di chitarristi che hanno scritto la storia del rock: Randy Rhoads, Mick Ronson, Ace Frehley dei KISS. Ognuno di loro ha spremuto al massimo il potenziale di queste chitarre, tirando fuori riff potenti e assoli melodici.
onostante il loro peso e il fatto che a volte la qualità dei legni non fosse costante come negli anni d’oro, le Les Paul Custom anni ’70 rimangono strumenti ambiti. Rappresentano un periodo in cui Gibson cercava di bilanciare la tradizione con le esigenze di un mercato musicale in evolution. E, a mio parere, ci è riuscita alla grande, creando delle leggende a sei corde.
Rickenbacker 4001: il basso che ha definito un’epoca (e le sue sorelle chitarre)
Ok, lo so, Rickenbacker è famosa soprattutto per i suoi bassi iconici. Ma non possiamo parlare di chitarre anni 70 senza almeno accennare al loro impatto e, ovviamente, alle loro chitarre, che condividevano molto del DNA di questi strumenti unici. Il Rickenbacker 4001 è forse il basso più riconoscibile di quel decennio, e ha un fratello chitarra, la 330 o 360, che merita la nostra attenzione.
Rickenbacker ha sempre avuto un design tutto suo, fuori dagli schemi Fender e Gibson. Quelle forme affusolate, il corpo semi-hollow (nelle chitarre), e quel suono “jangle” inconfondibile, hanno conquistato artisti che cercavano qualcosa di diverso, con una personalità sonora ben definita.
Parliamo del basso 4001, perché è da lì che si capisce bene la filosofia Rickenbacker di quegli anni:
Design unico: Il corpo in acero con le corna appuntite, il binding sui bordi, il battipenna a forma di mezzaluna. È uno strumento che riconosci a un chilometro di distanza.
Costruzione neck-through: Il manico è un tutt’uno con il corpo, una caratteristica che contribuisce a un sustain pazzesco e a una risonanza incredibile. Per un DIYer come me, lavorare su un neck-through è una sfida, perché non ci sono giunzioni da nascondere, tutto deve essere perfetto.
Doppio truss rod: Sì, avete letto bene. Due truss rod. Questo permette una stabilità incredibile del manico, ma anche una regolazione che, se non sai quel che fai, può diventare un incubo. Ricordo la prima volta che ho dovuto regolare un manico Rickenbacker, mi sono sentito un po’ come un chirurgo. Bisogna andarci piano e capire bene come funzionano insieme.
Pick-up: I pickup Toaster (più vintage) e High-Gain (più moderni e potenti) davano al Rickenbacker quel suono brillante, “jangly” ma con un bel corpo, perfetto per il rock progressivo e il pop-rock degli anni ’60 e ’70.
Le chitarre Rickenbacker, come la 330, 360 e la 370 (con tre pickup), condividevano molte di queste caratteristiche. Erano strumenti dalla personalità forte, usati da band come Yes, Rush, The Who e, ovviamente, dai Beatles e dai Byrds negli anni precedenti. Il loro suono, cristallino ma con una bella spinta, era perfetto per arpeggi complessi e accordi ricchi di armoniche.
La Rickenbacker 4001, e le sue sorelle chitarre, rappresentano un capitolo a parte nella storia degli strumenti a corda elettrici di quel periodo. Non erano le chitarre più versatili, ma quello che facevano, lo facevano con uno stile e un suono inimitabile. E per chi cerca quel timbro particolare, non c’è alternativa.
Gretsch White Falcon ’70s: l’eleganza che non invecchia
Parliamo di Gretsch. Un marchio con una storia lunga e gloriosa, spesso associato al rockabilly, al country e a un certo tipo di eleganza vintage. Negli anni ’70, Gretsch ha avuto un periodo un po’ turbolento, con cambi di proprietà e una produzione che non sempre era all’altezza degli anni d’oro. Eppure, alcuni modelli, come la leggendaria White Falcon, hanno mantenuto intatto il loro fascino, diventando delle vere e proprie icone chitarristiche degli anni Settanta.
La White Falcon è sempre stata la regina delle Gretsch. Imponente, lussuosa, con una presenza scenica che poche altre chitarre possono vantare. Non è una chitarra da tutti i giorni, è uno strumento che ti fa sentire speciale appena la imbracci.
Le sue caratteristiche principali, che la rendevano un modello storico negli anni ’70, erano:
Corpo hollow body: Un corpo completamente cavo o semi-cavo, che le conferiva un suono acustico risonante e un timbro caldo e arioso. Questo è il cuore del suono Gretsch, quella risonanza “da cassa” che la distingue da una solid body.
Bigsby vibrato: Quasi immancabile su una White Falcon, il Bigsby aggiungeva un tocco di classe e permetteva di fare quelle sottili flessioni di tono che sono un marchio di fabbrica di molti generi musicali.
Filter'Tron Pickup: I pickup Filter’Tron erano il segreto del suono Gretsch. Erano humbucker, ma con un design che li rendeva più brillanti e definiti rispetto ai classici PAF di Gibson, riducendo il ronzio ma mantenendo una grande chiarezza. Perfetti per il rockabilly, certo, ma anche per il blues e il rock più leggero.
Estetica opulenta: Finitura bianca brillante, binding dorato, hardware dorato, intarsi a blocco sulla tastiera. La White Falcon era, ed è, una dichiarazione di stile.
La White Falcon è stata usata da artisti di generi diversi, da Stephen Stills a Neil Young (anche se più spesso con la Country Gentleman), dimostrando la sua versatilità nonostante il look così specifico.
Ricordo quando un amico mi ha prestato la sua Gretsch White Falcon del ’70. Non era in perfette condizioni, aveva bisogno di una bella messa a punto. Ma anche così, appena l’ho attaccata a un Twin Reverb, ho capito perché è così venerata. Quel suono, pulito ma con una profondità incredibile, quella risonanza che ti vibra nel petto. Non è una chitarra per fare metal, è ovvio, ma per chi cerca un suono caldo, brillante e con un carattere inconfondibile, è una delle meraviglie sonore del decennio. Lavorarci sopra è stato un piacere, ogni dettaglio era pensato per l’eleganza e il suono.
Ibanez Iceman/Artist ’70s: quando il Giappone sfidò i giganti
Se gli anni ’70 sono stati un periodo di cambiamenti per i marchi storici, sono stati anche il decennio in cui il Giappone ha iniziato a farsi sentire, e forte. Ibanez, in particolare, ha giocato un ruolo cruciale, prima con repliche di altissima qualità che mettevano in imbarazzo i produttori originali, e poi con design propri che sono diventati a loro volta iconici. Le Ibanez Iceman e Artist sono due esemplari dell’epoca che rappresentano perfettamente questa ascesa.
Fino a quel momento, “Made in Japan” non era esattamente un complimento nel mondo degli strumenti musicali. Si associava a copie economiche e di bassa qualità. Ma Ibanez, e altri marchi come Tokai, Yamaha, e Greco, hanno cambiato le regole del gioco. Hanno iniziato a produrre repliche così fedeli e ben fatte (a volte, diciamocelo, migliori degli originali di quel periodo) da causare problemi legali e, soprattutto, da guadagnarsi un’enorme reputazione.
Poi, Ibanez ha iniziato a osare con i suoi design originali, e la Iceman e la Artist sono nate proprio in questo contesto:
Ibanez Iceman: Introdotta a metà degli anni ’70, la Iceman aveva un design aggressivo e asimmetrico che la distingueva da tutto il resto. Non era una Strat, non era una Les Paul. Era una Iceman. E quel look unico, combinato con una suonabilità eccellente e un suono potente, l’ha resa la chitarra preferita di artisti come Paul Stanley dei KISS.
Ibanez Artist: La serie Artist, anch’essa lanciata negli anni ’70, era una linea di chitarre solid body che combinava l’eleganza con l’innovazione. Spesso avevano un corpo in mogano con top in acero, manici in mogano e pickup humbucker Super 70s. Il loro design era più tradizionale della Iceman, ma con dettagli e finiture di altissimo livello.
Le caratteristiche comuni che le rendevano delle chitarre che hanno segnato un’epoca:
Pickup Super 70s: Questi humbucker erano noti per il loro output elevato e un suono brillante ma corposo. Erano perfetti per il rock e l’hard rock, con una grande definizione anche sotto distorsione.
Solid construction: Ibanez non scherzava sulla qualità costruttiva. Manici ben fatti, tastiere precise, hardware affidabile. Spesso, queste chitarre giapponesi avevano una cura nei dettagli che mancava in alcuni modelli americani dello stesso periodo.
* Innovation: Ibanez non si limitava a copiare. Introduceva ponte e cordiera Gibraltar, sistemi di switching versatili, e finiture accattivanti.
La mia esperienza con le Ibanez di quegli anni è stata una rivelazione. Ricordo di aver comprato una vecchia Artist degli anni ’70 a un mercatino, quasi per curiosità, perché costava una miseria. Era malconcia, ma appena l’ho pulita e ho sistemato l’elettronica, sono rimasto a bocca aperta. Il manico era comodissimo, il sustain pazzesco, e quei pickup Super 70s avevano un carattere che non mi aspettavo. Era una chitarra che non aveva nulla da invidiare a strumenti ben più blasonati. È stato in quel momento che ho capito che non è solo il nome sulla paletta a fare la differenza, ma la cura e la passione nella costruzione.
Queste Ibanez non sono solo un pezzo di storia, sono la prova che la qualità può venire da ogni dove, e che l’innovazione non è monopolio di nessuno. Hanno aperto la strada a un’intera generazione di chitarristi e hanno costretto i “grandi” a darsi una svegliata.
Il lascito delle icone chitarristiche degli anni Settanta
Quello che abbiamo visto oggi è solo un piccolo assaggio del panorama chitarristico degli anni ’70. Un decennio complesso, a volte contraddittorio, ma incredibilmente fertile per la musica e per gli strumenti che l’hanno accompagnata. Le chitarre anni 70 che abbiamo esplorato, con i loro pregi e i loro difetti, hanno tutte una cosa in comune: hanno contribuito a definire il suono di un’epoca.
Dal carattere controverso delle Stratocaster CBS-era, al peso e al sustain infinito delle Les Paul Custom, passando per l’eleganza unica delle Gretsch e l’innovazione audace delle Rickenbacker e delle Ibanez, ogni strumento racconta una storia. Storie di ingegneri, di musicisti, di decisioni aziendali che hanno plasmato il legno, i metalli e i circuiti in qualcosa di vivo.
Oggi, molte di queste chitarre sono oggetti da collezione, con prezzi che possono far girare la testa. Ma il loro valore non è solo economico. È un valore storico, un valore timbrico. Sono strumenti che ti parlano, che ti raccontano di riff leggendari e di assoli indimenticabili.
Se siete appassionati di fai da te come me, non dovete per forza spendere una fortuna per avvicinarvi a quel sound. A volte basta una buona replica economica, un po’ di ricerca sui pickup giusti, e tanta pazienza per mettere le mani sui potenziometri e sul wiring. Capire la filosofia dietro questi strumenti, il perché di certe scelte costruttive, è il primo passo per cercare di replicare o anche solo ispirarsi a quel suono.
Il mercato delle repliche e dei componenti aftermarket è vastissimo. Puoi trovare pickup che emulano fedelmente i T-Top o i Super 70s, puoi sperimentare con diverse combinazioni di legni e hardware. L’importante è non avere paura di provare, di sbagliare e di rifare. È così che si impara. E chissà, magari la vostra prossima chitarra “anni ’70” non sarà un pezzo da collezione, ma un capolavoro nato dalle vostre mani, con un suono che vi farà sentire parte di quella storia.
Per chi vuole approfondire ulteriormente le specifiche tecniche e la storia di questi modelli, il sito Reverb.com offre spesso database molto dettagliati con anni di produzione, specifiche e dati di mercato, utile per avere un quadro più completo sulle singole produzioni. È una risorsa che consulto spesso per verificare dettagli tecnici e l’andamento dei prezzi.


