Evoluzione pickup chitarra: viaggio nella storia
Allora, ragazzi, parliamoci chiaro. Quante volte avete cercato quel suono specifico? Quella botta in più, quella trasparenza cristallina, o magari quel calore avvolgente che avete sentito su un disco e vi ha fatto dire: “Cavolo, voglio that suono!” Io un sacco di volte, ve lo assicuro. E spesso la risposta non è solo l’ampli o il pedale, ma sta proprio lì, sotto le corde: il pickup.
on sono un liutaio con l’attestato da appiccicare al muro, lo sapete. Sono uno che ha passato ore nel garage, con il saldatore in mano, a smontare, rimontare, provare pickup diversi su chitarre diverse. Ho comprato roba che pensavo fosse la svolta e mi ha lasciato con l’amaro in bocca, e ho scoperto per caso accoppiate che mi hanno fatto volare. Se ci sono riuscito io, sporcandomi le mani e sbagliando un bel po’, potete farlo anche voi.
Oggi facciamo un salto nel tempo. Non è una lezione di storia noiosa, promesso. È un viaggio attraverso le menti brillanti, le necessità pratiche e, diciamocelo, anche un po’ di fortuna, che hanno dato vita ai trasduttori magnetici che oggi fanno urlare le nostre sei corde. Capire da dove vengono ci aiuta a capire perché suonano in un certo modo, e magari ci dà qualche idea per il prossimo esperimento nel nostro laboratorio casalingo.
Ogni innovazione che vedremo ha cambiato la musica, ha aperto nuove strade sonore. E vi assicuro che, alla fine di questo racconto, avrete qualche storia da sfoggiare alla prossima jam session, o almeno un’idea più chiara di cosa succede dentro quel pezzo di plastica e filo di rame.
I primi vagiti del suono amplificato: quando la chitarra era troppo “timida”
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In this gallery: installation, pickup and electric.
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Dopo l’apripista di Rickenbacker, la strada era tracciata. Altri si accorsero che c’era un mercato, un bisogno, e soprattutto, un suono tutto nuovo da esplorare. Arriviamo così agli anni ’40 e ’50, un periodo d’oro per l’innovazione, dove i due giganti della chitarra, Gibson e Fender, iniziarono a definire i suoni che ancora oggi amiamo e cerchiamo di replicare.
Il P-90: il “cacciavite” di Gibson
In casa Gibson, il primo vero pickup magnetico di successo arrivò nel 1946: il P-90. Lo chiamavano anche “cacciavite” per via delle viti regolabili che spuntavano dal coperchio. Non era un humbucker, ma nemmeno un single coil “classico” alla Fender. Era un animale a sé stante.
Il design del P-90 era particolare: una bobina larga e piatta, avvolta con migliaia di spire di filo sottile, e due magneti a barra (solitamente Alnico V) posizionati sotto la bobina, che magnetizzavano sei viti polari regolabili. La sua larghezza e la quantità di avvolgimenti gli davano una risonanza unica.
Il suono? Era grasso, potente, con una bella dose di medi e un attacco bello incisivo. Non era così sottile e squillante come un Fender single coil,
é così compresso e caldo come un humbucker successivo. Era un po’ blues, un po’ rock and roll, un po’ jazz. Versatile da morire.
Molti chitarristi amano il P-90 proprio per quella sua “rudezza” e chiarezza. Ha un bel sustain e pulisce bene col potenziometro del volume, ma se lo spingi, tira fuori un ringhio pazzesco. Io ne ho montato uno su una Les Paul Junior modificata da me, e vi assicuro che è un pickup che parla. Non è per tutti, specialmente se siete abituati al silenzio di un humbucker, perché lui ronza, eccome se ronza! Ma quel ronzio, a volte, fa parte del carattere.
La rivoluzione di Leo Fender: i single coil “moderni”
Mentre Gibson puntava su un pickup “grosso” come il P-90, dall’altra parte del continente, in California, un altro genio stava per cambiare tutto: Leo Fender. Il suo approccio era diverso. Voleva strumenti semplici, modulari, facili da costruire e riparare. E i suoi pickup riflettevano questa filosofia.
I pickup Fender non avevano magneti a barra sotto la bobina. Erano i magneti stessi a fungere da poli per le corde, direttamente sotto di esse, avvolti dal filo di rame. Questa costruzione, più semplice e diretta, dava un suono differente.
I pickup della Telecaster: il “twang” che ha fatto storia
Il primo vero successo di Leo fu la Broadcaster, poi ribattezzata Telecaster. I suoi pickup single coil erano la quintessenza della semplicità e dell’efficacia.
Pickup al ponte: Molto avvolto, con una placca metallica di base che concentra il campo magnetico. Suono brillante, acido, con un “twang” inconfondibile. Perfetto per il country, il blues aggressivo, il rock primordiale. Quel suono che ti entra in testa e non se ne va.
Pickup al manico: Meno avvolto, spesso con un coperchio in metallo che lo rende un po’ più morbido e scuro. Ideale per ritmiche pulite o per un suono jazzato.
La coppia Telecaster è un classico per un motivo. La sua semplicità nasconde una versatilità incredibile. Ho avuto una Telecaster che era un vero mulo da lavoro, e con quei due pickup ci facevo di tutto, dal blues al rock sporco. Non aveva bisogno di mille fronzoli, solo di un buon tocco.
I pickup della Stratocaster: un suono a tre dimensioni
Poi, nel 1954, arrivò la Stratocaster, e con essa un’altra pietra miliare nell’evoluzione pickup chitarra. I single coil della Stratocaster erano una raffinazione ulteriore.
Poli sfalsati (staggered poles): Inizialmente, i poli magnetici erano di altezze diverse per bilanciare il volume delle corde, dato che all’epoca le corde di Sol e Si erano ancora avvolte. Questo sfalsamento contribuiva a dare un certo carattere al suono.
Tre pickup: La grande novità. Non solo uno o due, ma tre, con un selettore a 3 posizioni (poi diventate 5, grazie ai chitarristi che scoprirono le posizioni intermedie). Questo apriva un mondo di possibilità sonore.
Il suono Stratocaster è inconfondibile: brillante, cristallino, con un attacco percussivo e quel famoso “quack” nelle posizioni intermedie (manico+centro e centro+ponte). È un suono che respira, pieno di armoniche, che ha definito intere generazioni di rock, blues e pop.
Ricordo la prima volta che ho messo mano a una Strat e ho capito il “quack”. Non è un difetto, è una magia! È il risultato dell’interazione di due pickup fuori fase tra loro, che tagliano alcune frequenze e ne esaltano altre. È una cosa che, se non la provi, non la capisci. E una volta che la capisci, la cerchi su ogni Strat.
Sia i P-90 che i single coil Fender avevano un punto debole: il rumore. Quel ronzio di fondo, il “hum”, che diventava sempre più evidente man mano che gli amplificatori diventavano più potenti e i chitarristi cercavano più gain. Ma anche a questo problema, qualcuno stava per trovare una soluzione.
La caccia al ronzio: l’invenzione dell’Humbucker
Man mano che il rock and roll prendeva piede e i chitarristi volevano suonare più forte e con più sustain, il ronzio dei single coil diventava un problema sempre più fastidioso. Quel “hum” a 60Hz (o 50Hz, a seconda della frequenza di rete) che si infiltrava nel segnale era un vero incubo, specialmente in studio.
La soluzione arrivò, quasi contemporaneamente, da due menti brillanti in case diverse: Seth Lover in Gibson e Ray Butts in Gretsch. Entrambi avevano lo stesso obiettivo: creare un pickup che “cancellasse il ronzio”. Da qui il nome: Humbucker.
Il principio è geniale e relativamente semplice, una volta che lo si capisce. Invece di una singola bobina, si usano due bobine. Ma non basta. Per cancellare il rumore, le due bobine devono essere:
1. Avvolte in direzioni opposte (Reverse Wound): Se una bobina è avvolta in senso orario, l’altra è avvolta in senso antiorario.n2. Connesse in controfase (Reverse Polarity): I magneti sotto le due bobine devono essere orientati in modo opposto (Nord sotto una, Sud sotto l’altra).
Cosa succede? Il rumore elettromagnetico ambientale (il “hum”) è un segnale a bassa frequenza che viene captato da entrambe le bobine. Ma siccome le bobine sono avvolte e polarizzate in modo opposto, il rumore indotto in una bobina sarà esattamente in opposizione di fase rispetto a quello indotto nell’altra. Quando i segnali delle due bobine vengono sommati, il rumore si cancella a vicenda. Fantastico, no?
Le vibrazioni delle corde, invece, sono molto più localizzate e complesse. Vengono captate da entrambe le bobine, ma non si cancellano. Anzi, si sommano, creando un segnale più forte e corposo, con un’impedenza più elevata.
Il PAF di Gibson: la leggenda nasce
Seth Lover, un ingegnere di Gibson, fu il primo a brevettare questa idea nel 1955. I primi humbucker Gibson apparvero sulle chitarre nel 1957 e furono etichettati con l’adesivo “Patent Applied For”, da cui il leggendario nome: PAF.
Il suono dei PAF originali è diventato il Santo Graal per molti chitarristi. Erano caldi, pieni, con un attacco morbido e un sustain incredibile. Non erano “limpidi” come i single coil, ma avevano una rotondità e una potenza che permettevano di spingere gli amplificatori in overdrive in modo musicale, senza quel fastidioso ronzio.
Parte della magia dei PAF era dovuta anche a una certa “imperfezione” nella produzione. Le macchine avvolgitrici dell’epoca non erano sempre precise, e spesso le due bobine di un PAF non avevano esattamente lo stesso numero di spire. Questo leggero squilibrio (unmatched coils) contribuiva a dare al pickup un carattere più aperto e armonico rispetto ai successivi humbucker con bobine perfettamente bilanciate.
Io ho provato a rifare delle riproduzioni di PAF con bobine leggermente sbilanciate, e vi assicuro che la differenza si sente. Non è una cosa da poco. Quel suono “aperto” e meno compresso è il motivo per cui i PAF originali valgono oro.
Il Filter’Tron di Gretsch: l’altra faccia dell’humbucking
Quasi in contemporanea, Ray Butts, che lavorava per Gretsch e collaborava con Chet Atkins, sviluppò un pickup humbucking con lo stesso principio, ma con un design e un suono diversi: il Filter’Tron.
Il Filter’Tron di Gretsch, pur essendo un humbucker, aveva un suono più brillante, più “cattivo” e con meno medi rispetto al PAF. Era meno potente, ma più trasparente. Perfetto per il rockabilly, il country e per chitarristi come Chet Atkins che volevano chiarezza e attacco.
La differenza stava nella costruzione: magneti più piccoli, meno spire e un design complessivo che filtrava alcune frequenze basse, da cui il nome. È un esempio perfetto di come la stessa idea di base possa essere implementata in modi diversi per ottenere risultati sonori radicalmente differenti.
L’introduzione degli humbucker fu un punto di svolta. Permise ai chitarristi di suonare più forte, con più distorsione, aprendo la strada a generi come l’hard rock e il metal. L’evoluzione pickup chitarra aveva fatto un passo da gigante verso l’era del “volume a undici”.
Varianti, perfezionamenti e nuove frontiere: dal Mini-Humbucker agli Attivi
Con l’avvento dei PAF e dei Filter’Tron, la base per i pickup elettromagnetici era consolidata. Ma la storia non si ferma mai. Gli anni successivi videro un’esplosione di variazioni, tentativi di migliorare, adattare e spingere i limiti del suono della chitarra elettrica.
I Mini-Humbucker di Gibson: piccolo è bello (e squillante)
egli anni ’60, Gibson introdusse i Mini-Humbucker. Erano, come suggerisce il nome, versioni più piccole dei PAF. Li troviamo su modelli come la Firebird e, più tardi, sulle Les Paul Deluxe.
Perché più piccoli? Beh, c’erano ragioni estetiche, ma anche sonore. Essendo più stretti, i Mini-Humbucker “leggevano” una porzione minore delle vibrazioni della corda. Questo si traduceva in un suono più focalizzato, più brillante e con meno bassi rispetto ai loro fratelli maggiori. Erano una via di mezzo interessante tra il single coil e l’humbucker tradizionale: avevano la cancellazione del rumore degli humbucker, ma con una chiarezza e un attacco che ricordavano i single coil.
Io li ho sempre trovati dei pickup sottovalutati. Su una Les Paul Deluxe, con un buon ampli valvolare, tirano fuori un crunch che è pazzesco, definito ma con la giusta dose di cattiveria. Non sono i soliti humbucker “spessi”, e questo li rende unici.
I pickup Rickenbacker: il suono “bell-like”
Rickenbacker, dopo la sua “Frying Pan”, continuò a innovare con i suoi pickup distintivi. Negli anni ’60, con l’esplosione dei Beatles e l’ondata britannica, le loro chitarre e i loro pickup divennero iconici.
Toaster Top: Chiamati così per la loro somiglianza con la griglia di un tostapane, erano single coil con un suono incredibilmente brillante, quasi “campanellino”, con molta presenza e chiarezza. Erano la quintessenza del suono jingle-jangle, perfetto per il pop rock dell’epoca.
Hi-Gain: Una versione più potente e con più output, ma che manteneva comunque la brillantezza e la definizione tipiche di Rickenbacker.
I pickup Rickenbacker avevano una costruzione unica, spesso con molte spire e magneti piuttosto potenti, che contribuivano a quel suono unico e immediatamente riconoscibile. Provare a replicare quel suono con pickup diversi è una sfida, perché è proprio la somma di tutti gli elementi Rickenbacker a creare quella magia.
La ricerca del silenzio: Stacked Humbuckers e Noiseless Single Coils
egli anni ’80 e ’90, la ricerca del suono single coil senza il ronzio continuò con forza. I chitarristi amavano la brillantezza e l’attacco dei single coil, ma il rumore era un limite, specialmente con le distorsioni più spinte.
acquero così diverse soluzioni “noiseless”:
Stacked Humbuckers: Immaginate un humbucker, ma con le due bobine impilate una sull’altra (stack, appunto). La bobina inferiore è spesso “dummy”, cioè non produce molto segnale utile, ma serve a cancellare il ronzio della bobina superiore, che è quella che cattura il suono delle corde. Il risultato è un suono più vicino a quello di un single coil, ma senza hum. Seymour Duncan è stato un pioniere in questo campo.
Noiseless Single Coils: Fender stessa, negli anni ’90, iniziò a produrre i suoi pickup “Noiseless”. Il principio è simile, ma con design diversi che cercano di mantenere il più possibile il carattere autentico del single coil. Spesso si tratta di due bobine molto piccole, affiancate o impilate, che lavorano insieme per cancellare il rumore.
Ho montato dei stacked humbuckers sulla mia Strat per un periodo, quando suonavo molto rock e volevo ridurre il rumore. Non suonano Exactly come dei single coil puri, c’è sempre una leggera differenza nel carattere, un po’ meno “aria” forse, ma il vantaggio del silenzio è innegabile. È sempre una questione di compromessi, no?
I pickup attivi: potenza e chiarezza per il metal (e non solo)
Un’altra grande innovazione, specialmente per i generi più pesanti, è stata l’introduzione dei pickup attivi. Il pioniere in questo campo è stata la EMG, con i suoi pickup che hanno rivoluzionato il suono del metal negli anni ’80.
A differenza dei pickup passivi (tutti quelli che abbiamo visto finora), i pickup attivi hanno un piccolo preamplificatore integrato direttamente nel pickup. Questo preamplificatore richiede alimentazione, solitamente una batteria da 9V.
I vantaggi principali sono:
Output elevato: Permettono di spingere molto di più l’ingresso dell’amplificatore, ottenendo distorsioni potenti e compresse.
Basso rumore: Il segnale viene amplificato e bufferizzato già nel pickup, rendendolo molto meno suscettibile ai disturbi esterni.
Risposta in frequenza più piatta: Spesso hanno una risposta molto lineare, che si traduce in un suono chiaro, definito e consistente, ideale per riff veloci e palm muting precisi.
Il suono tipico degli EMG (come l’81/85) è potente, compresso, con bassi stretti e alti definiti. Non è il suono “organico” e dinamico dei PAF, ma è perfetto per il metal, il prog rock e tutti quei generi dove serve precisione chirurgica e tanto gain. A me non dispiacciono, li ho montati su una delle mie chitarre da battaglia per i suoni più cattivi. Certo, devi ricordarti di cambiare la batteria! E quando si scarica a metà concerto… beh, te lo dico io, non è una bella esperienza.
Il mondo boutique e la riscoperta degli Alnico
Oggi, l’evoluzione pickup chitarra è un mix di innovazione e nostalgia. C’è un’enorme varietà di pickup boutique che riproducono fedelmente i modelli vintage (PAF, Tele, Strat) con una cura maniacale per i dettagli, ma anche pickup moderni che spingono i limiti del design e dei materiali.
Un aspetto fondamentale è la scelta dei magneti. Abbiamo parlato di Alnico V, ma esistono:
Alnico II: Meno potente, suono più morbido, caldo, con più medi e meno bassi e alti. Ottimo per il blues e il rock classico.
Alnico III: Ancora meno potente, suono molto dolce, vintage, con poca compressione. Spesso usato nei pickup al manico per jazz o suoni puliti.
Alnico IV: Una via di mezzo, abbastanza bilanciato, con un buon mix di output e chiarezza.
Alnico V: Il più comune, potente, brillante, con bassi e alti pronunciati. Versatile per molti generi.
Ceramics: Molto potenti, con un output elevato e una risposta aggressiva. Spesso usati nei pickup da metal.
Ognuno di questi magneti, combinato con diversi tipi di filo (AWG 42, 43, 44), diversi schemi di avvolgimento (più o meno spire, avvolgimento sparso o preciso), e design specifici, crea un universo di suoni.
Ho passato serate intere a smontare pickup, a scambiare i magneti, a provare a riavvolgere bobine (con risultati, diciamo, altalenanti le prime volte!). Ma è proprio così che si impara. Non è che serve la NASA, serve pazienza e la voglia di capire come funziona. E quando finalmente trovi quella combinazione che ti fa dire “eureka!”, la soddisfazione è impagabile.
Un link utile per approfondire il mondo dei magneti e le loro caratteristiche, per esempio, è quello di Seymour Duncan, che ha una sezione molto dettagliata sull’argomento: [Seymour Duncan – Magnet Types](https://www.seymourduncan.com/blog/the-tone-garage/magnet-types-and-their-effects-on-tone). È una lettura interessante se volete capire di più su come un piccolo pezzo di metallo influenzi così tanto il vostro suono.
Il takeaway per il DIYer: perché questa storia ti serve nel garage
Ora, dopo questo lungo viaggio attraverso l’evoluzione pickup chitarra, potresti chiederti: “Mimmo, tutto bello, ma a me che smanetto nel garage, a cosa mi serve sapere chi ha inventato cosa e quando?”
E la risposta è semplice: ti serve a capire, a scegliere, a sperimentare con cognizione di causa.
Quando sai che un P-90 è una bobina larga e non bilanciata, capisci perché ha quel suono grasso e quella tendenza a ronzare. Quando sai che un pickup Telecaster ha i magneti a vista e una placca d’acciaio, capisci da dove viene quel “twang” che spacca. Quando sai come funziona un humbucker, capisci perché è silenzioso e potente.
Questa conoscenza non è solo teoria da enciclopedia. È pratica pura. Ti dà gli strumenti per:
Scegliere il pickup giusto: Non ti fidi più solo delle recensioni online, ma capisci perché un Alnico II potrebbe essere meglio per il blues rispetto a un Ceramico, o perché un stacked humbucker è un buon compromesso per il metal con un sound Strat-like.
Diagnosticare problemi: Se un pickup ronza troppo, e sai che è un single coil, non ti sorprendi. Se un humbucker ronza, sai che c’è qualcosa che non va nell’avvolgimento o nella messa a terra.
Modificare la tua chitarra: Vuoi più sustain? Magari un magnete più potente. Vuoi un suono più vintage? Un Alnico II o III potrebbero fare al caso tuo. Vuoi sperimentare il coil splitting o il phase switching su un humbucker? Sapere come sono fatti ti aiuta a capire come cablarli.
Io ho fatto un sacco di esperimenti nel mio garage, e te lo dico: non sempre sono riusciti al primo colpo. Ho bruciato un pickup con il saldatore troppo caldo, ho cablato al contrario un push-pull, ho comprato un set di pickup che non c’entrava niente con il suono che cercavo. Ma ogni errore è stata una lezione. E ogni volta che ho capito il perché* dietro a quel pickup specifico, le mie scelte sono diventate più mirate.


