Le chitarre anni 80: guida ai modelli iconici

Ragazzi, se c’è un decennio che ha stravolto il mondo della chitarra elettrica, quello sono stati gli anni ’80. Non parlo solo di acconciature improbabili e spalline esagerate, ma di un vero e proprio terremoto che ha ridefinito cosa significasse suonare uno strumento a sei corde. Dal garage dove pasticcio con i miei progetti, ho sempre avuto un debole per quelle chitarre. Hanno una storia dietro, una filosofia che le rende uniche.

Quando penso alle chitarre anni 80, mi viene in mente subito un’esplosione di creatività, di suoni aggressivi e di estetiche che, diciamocelo, non lasciavano indifferenti. Non è stato solo un periodo di eccessi, ma anche di ingegneria innovativa che ha spinto i limiti del design e delle prestazioni.

All’inizio, lo ammetto, guardavo quelle forme appuntite e quei colori sgargianti con un po’ di sospetto. Ero più un tipo da Strat o Les Paul classiche. Poi ho messo le mani su una vecchia Ibanez RG550, di quelle con il manico super sottile e il Floyd Rose, e ho capito tutto. Non era solo una chitarra; era una macchina da guerra, pensata per la velocità e per un certo tipo di espressione musicale che prima non era possibile.

Questo articolo non vuole essere una lezione di storia polverosa. Voglio raccontarvi il Why dietro quelle scelte, le storie dei marchi e dei musicisti che hanno plasmato un’epoca. E magari, darvi qualche spunto per capire se una di quelle bestie vintage fa per voi, o come replicare quel sound senza svenarvi.

Il Contesto: Dalle Ballads al Metal Sferragliante

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When talking about chitarre anni 80, è inevitabile pensare ai due colossi che da decenni dominavano la scena: Fender e Gibson. Ma come hanno reagito all’ondata di novità che stava travolgendo il mercato? Diciamo che non è stato facile, e i risultati sono stati un mix di successi e qualche passo falso.

Fender: L’Era della Superstrat

Fender, con la sua iconica Stratocaster, si trovò di fronte a una sfida non da poco. La Strat, per quanto versatile, era nata per suoni più puliti e cristallini. I chitarristi degli anni ’80 volevano humbucker potenti, manici sottili e soprattutto, ponticelli con leva flottante capaci di dive bomb senza pietà.

La risposta di Fender fu la nascita delle “Superstrat”. Inizialmente, furono aziende come Charvel e Jackson a prendere la Stratocaster come base e a modificarla radicalmente. Fender capì la lezione, anche se con un po’ di ritardo.

Verso la metà degli anni ’80, con la rinascita dell’azienda sotto la guida di Bill Schultz, Fender iniziò a produrre modelli più orientati al rock. La serie American Standard, lanciata nel 1986, fu un punto di svolta. Reintrodusse un ponte tremolo più moderno (il two-point synchronized tremolo) e pickup più performanti, pur mantenendo l’estetica classica.

Ma il vero tentativo di inseguire le Superstrat fu con modelli come la Fender Contemporary Stratocaster o la HM Strat (Heavy Metal Strat), prodotta dal 1988. Queste erano Stratocaster con humbucker al ponte, manici veloci, 24 tasti, e in alcuni casi, ponticelli Floyd Rose originali o Kahler. Erano un chiaro segnale che Fender stava cercando di accontentare una nuova generazione di chitarristi.

Ho avuto tra le mani una Contemporary Stratocaster. Era un po’ un ibrido, con quel tocco Fender ma una versatilità inaspettata. Non era la mia tazza di tè per il blues, ma per certi riff spinti, faceva il suo dovere. Lì ho capito che anche un marchio storico deve evolversi, o rischia di rimanere indietro.

Gibson: Tra Tradizione e Sperimentazione

Gibson, dal canto suo, aveva già in catalogo modelli “aggressivi” come la Explorer e la Flying V, che trovavano terreno fertile nel panorama metal. Ma per la Les Paul, la regina del rock, la situazione era diversa. La Les Paul era sinonimo di sustain, di suono corposo, ma anche di peso e di un’ergonomia non sempre ideale per lo shredding estremo.

egli anni ’80, Gibson era ancora sotto la gestione Norlin, un periodo spesso criticato per scelte produttive che avevano compromesso la qualità percepita. Tuttavia, anche loro tentarono di modernizzare la loro offerta.

Si videro Les Paul con ponticelli Kahler, humbucker più potenti, e persino finiture un po’ più audaci. Modelli come la Les Paul Studio, introdotta nel 1983, cercavano di offrire il suono Les Paul a un prezzo più accessibile, pur rimanendo fedeli all’estetica.

C’erano anche tentativi più radicali, come la serie QMT (Quality Machine Tuners) o la US-1, che provavano a mescolare l’heritage Gibson con un’estetica più moderna e pickup attivi. Non hanno avuto lo stesso impatto delle Superstrat, ma mostravano la volontà di Gibson di non rimanere ferma.

Il problema di Gibson, a mio parere, era che la sua identità era troppo legata alla tradizione. Mentre Fender poteva “snaturare” la Stratocaster in una Superstrat mantenendo un certo appeal, una Les Paul con un Floyd Rose faceva storcere il naso a molti puristi. È un po’ come voler mettere il turbo su una Vespa d’epoca: si può fare, ma non è più la stessa cosa.

Le Rivoluzioni Giapponesi e Americane: Ibanez, Jackson, Charvel, Kramer

Se i giganti storici faticavano a trovare la quadra, c’erano altri marchi che, senza il peso di un’eredità storica così ingombrante, potevano osare. E così è stato. Gli anni ’80 sono stati il trampolino di lancio per aziende che hanno definito il suono e l’estetica di quel decennio. Parliamo di Ibanez, Jackson, Charvel e Kramer. Questi marchi non si sono limitati a modificare; hanno proprio inventato un nuovo tipo di strumento.

Ibanez: La Velocità Nipponica

Ibanez, un marchio giapponese, è stato uno dei pionieri indiscussi delle chitarre anni 80 orientate al virtuosismo. Hanno capito prima di molti altri cosa volessero i chitarristi shred.

La collaborazione con artisti come Steve Vai ha dato vita a modelli leggendari. La Ibanez JEM, introdotta nel 1987, è forse l’esempio più lampante. Con i suoi intarsi “Tree of Life”, la maniglia “Monkey Grip” e il ponte Edge (una delle migliori alternative al Floyd Rose), era una chitarra che urlava “futuro”.

Ma la vera icona per molti è stata la Ibanez RG (Roadstar Guitar). Nata nel 1987, era essenzialmente una versione più “economica” ma altrettanto performante della JEM, senza alcune delle sue eccentricità estetiche. La RG si distingueva per:

  • Manico Wizard: Incredibilmente sottile e piatto, pensato per la massima velocità. All’inizio mi sembrava quasi troppo sottile, ma dopo un po’ non riuscivo più a farne a meno per i passaggi veloci.
  • Ponte Edge/Lo-Pro Edge: Un sistema tremolo flottante che garantiva un’accordatura stabile anche dopo le peggiori torture. Montarlo e regolarlo la prima volta è stato un incubo, lo ammetto. Ma una volta settato, era una roccia.
  • Configurazioni pickup HSH o HH: Spesso con pickup DiMarzio (come il celebre PAF Pro o il Fred) o Ibanez V7/V8, per una versatilità sonora che andava dal clean cristallino al crunch più cattivo.

Le RG sono diventate le chitarre preferite da innumerevoli chitarristi metal e fusion, da Paul Gilbert a Joe Satriani (che aveva la sua serie signature JS, sempre Ibanez). Erano macchine da guerra, costruite con una precisione maniacale, tipica della produzione giapponese di quegli anni.

Jackson e Charvel: Dalla California allo Shred

La storia di Jackson e Charvel è strettamente legata e inizia in un piccolo negozio di liuteria nel sud della California. Grover Jackson, dopo aver acquisito Charvel, iniziò a costruire chitarre personalizzate per i chitarristi più esigenti.

Charvel era inizialmente il marchio per le “hot-rodded Strats”, ovvero Stratocaster modificate con humbucker, ponti tremolo non-Fender e finiture custom. Eddie Van Halen, nei primi anni, usava una Charvel modificata che divenne la base per la sua iconica Frankenstrat.

Le Charvel erano chitarre robuste, senza fronzoli, pensate per suonare e basta. Spesso avevano un solo humbucker e un volume, il che le rendeva dirette e aggressive.

Jackson, invece, nacque per rispondere a richieste più estreme. Quando Randy Rhoads, il chitarrista di Ozzy Osbourne, chiese una chitarra dal design unico, nacque la Jackson Rhoads (RR), con la sua inconfondibile forma a V asimmetrica.

Le chitarre Jackson erano spesso caratterizzate da:

  • Costruzione Neck-Through: Il manico e le “ali” del corpo erano un unico pezzo di legno, garantendo sustain e stabilità incredibili. Costruire così non è uno scherzo, ve lo dico per esperienza!
  • Finiture estreme: Colori sgargianti, grafiche elaborate (spesso “cracked mirror” o “splatter”), e forme aggressive.
  • Pickup potenti: Seymour Duncan (come il JB o il Distortion) erano la scelta comune, per un suono potente e tagliente.
  • Manici veloci: Simili ai Wizard di Ibanez, con tastiere in ebano o palissandro e radius spesso composto per una suonabilità ottimale su tutta la tastiera.

Modelli come la Jackson Soloist (un’altra icona neck-through) e la Jackson Dinky (bolt-on, più economica ma altrettanto efficace) divennero le armi preferite di chitarristi come Kirk Hammett dei Metallica e Marty Friedman. Erano chitarre con un’anima, fatte per spingere al massimo.

Kramer: Il Re del Floyd Rose

Kramer Guitars è un altro nome che risuona forte quando si parla di chitarre anni 80. Il loro successo è indissolubilmente legato a un solo nome: Eddie Van Halen. Dopo le sue prime esperienze con Charvel, Eddie divenne il volto di Kramer, in particolare con il modello Baretta.

Kramer ha avuto l’intuizione di sposare in pieno il sistema tremolo Floyd Rose. Molti dei loro modelli venivano forniti di serie con un Floyd Rose originale, rendendo accessibile a molti chitarristi la possibilità di fare dive bomb estremi senza perdere l’accordatura.

Le Kramer si distinguevano per:

  • Floyd Rose: Il loro punto di forza. Un sistema che, seppur complesso da settare (e fidatevi, all’inizio ci si perde un po’ a capire come funziona il bilanciamento delle molle), era rivoluzionario per la stabilità dell’accordatura.
  • Manici in acero: Spesso con tastiere in acero, per un attacco più brillante.
  • Humbucker al ponte: Molto spesso un singolo humbucker (DiMarzio o Seymour Duncan) per un suono diretto e potente, a volte affiancato da single coil al centro e al manico.

There Kramer Baretta and the Pacer sono state le chitarre di riferimento per una generazione di rocker. Erano solide, performanti e relativamente abbordabili. Ho avuto modo di mettere le mani su una Baretta reissue, e devo dire che la semplicità del setup (un pickup, un volume, un Floyd) la rende una macchina da rock senza compromessi. È il tipo di chitarra che ti fa dire: “Prendi la chitarra. Attacca. Suona.”

Elettronica e Hardware: Il Cuore della Bestia

Le chitarre anni 80 non erano solo belle da vedere; erano anche innovazioni tecnologiche. Il loro suono iconico derivava da un’attenta selezione di elettronica e hardware, pensati per performance estreme. Qui entriamo nel vivo del “perché” suonavano così.

Pickups: La Ricerca della Potenza

Se c’è una cosa che definisce il sound delle chitarre di quel decennio, sono i pickup. I chitarristi volevano più gain, più sustain, più attacco. I single coil tradizionali, per quanto amati, faticavano a reggere il confronto con gli amplificatori ad alto guadagno senza ronzii e feedback indesiderati.

La soluzione? Gli humbuckers, e non solo.

  • DiMarzio Super Distortion: Lanciato negli anni ’70 ma esploso negli ’80, è stato uno dei primi pickup aftermarket ad alta uscita. Il suo suono caldo, potente e compresso lo rendeva perfetto per il rock e il metal. L’ho montato su una mia Strat modificata, e ragazzi, il suono cambia radicalmente. È un boost di cattiveria che ti tira fuori dalle casse un’energia pazzesca.
  • EMG 81/85: Questi pickup attivi hanno rivoluzionato il mondo del metal. Alimentati da una batteria da 9V, offrivano un’uscita enorme, un rumore di fondo quasi nullo e un suono incredibilmente definito e compresso, perfetto per riff veloci e palm muting. Ho avuto una chitarra con gli EMG, e la differenza di dinamica e chiarezza rispetto ai passivi è palpabile. Richiedono un po’ di manutenzione in più (cambiare la batteria ogni tanto), ma ne vale la pena per quel suono aggressivo e chirurgico.
  • Seymour Duncan JB/Distortion: Altri classici. Il JB (Jeff Beck Model) è diventato un punto di riferimento per il rock e l’hard rock, offrendo un mix di calore, potenza e chiarezza. Il Distortion, come suggerisce il nome, era progettato per il metal più estremo, con un’uscita elevatissima e un attacco tagliente.

La scelta del pickup non è mai casuale; è il cuore del suono. Se volete avvicinarvi a quel sound, il pickup è il primo componente su cui intervenire.

Ponticelli: Stabilità e Acrobazie

The ponte tremolo è stato un altro campo di battaglia per l’innovazione. Il tremolo sincronizzato delle Stratocaster era limitato; i chitarristi volevano poter maltrattare la leva senza che la chitarra si scordasse a ogni bending.

La risposta è venuta da due nomi:

  • Floyd Rose: Senza dubbio il re dei tremolo degli anni ’80. Inventato da Floyd D. Rose, questo sistema a doppio bloccaggio (uno al capotasto e uno al ponte) permetteva di fare dive bomb estremi, armonici artificiali, e qualsiasi altra diavoleria senza perdere l’accordatura. Settarlo è un’arte, ve lo dico per esperienza: bilanciare le molle, regolare l’altezza, intonare… c’è da studiare un po’. Ma una volta che impari a farlo, è una libidine. Per chi vuole un approfondimento tecnico, vi consiglio un bell’articolo sulla storia e il funzionamento del Floyd Rose, come questo su Guitar World che spiega bene le sue origini e il suo impatto: The History Of The Floyd Rose Tremolo.
  • Kahler: Un’alternativa al Floyd Rose, meno diffusa ma altrettanto valida. Il Kahler è un ponte cam-based, il che significa che non ha lame come il Floyd. Era spesso preferito per la sua sensazione più morbida e la facilità di regolazione, anche se per certi versi meno estremo in termini di stabilità rispetto al Floyd con i blocchi.

Capire come funzionano questi ponti è fondamentale se pensate di mettere le mani su una di queste chitarre anni 80. Non sono “plug and play” come un ponte fisso, richiedono attenzione e un po’ di pratica per la manutenzione.

Manici: Velocità al Primo Posto

Gli anni ’80 hanno visto un’evoluzione significativa anche nei manici delle chitarre. La tendenza era chiara: manici più sottili, piatti e veloci.

  • Profilo sottile: Profili come il “Wizard” di Ibanez sono diventati standard. Permettevano ai chitarristi di muoversi sulla tastiera con una velocità e una fluidità impensabili su manici più spessi.
  • Radius composto: Molte chitarre, soprattutto Jackson e Charvel, adottavano un radius composto (compound radius). Ciò significa che la tastiera è più curva al capotasto per facilitare gli accordi, e diventa più piatta verso il ponte per facilitare i bending e i soli ad alta velocità, evitando che le corde “friggano”.
  • Tasti Jumbo: Tasti più grandi e alti erano la norma, per un’esecuzione più facile e un sustain maggiore.

Per chi, come me, è abituato a manici più rotondi, all’inizio può sembrare strano. Ma dopo un po’, ci si abitua e si apprezza la facilità con cui si possono eseguire passaggi tecnici.

Il Suono degli Anni 80: Come Replicarlo Oggi

Allora, dopo tutta questa storia, la domanda è: come si fa a ottenere quel sound delle chitarre anni 80 oggi? Non tutti hanno il budget o la fortuna di trovare una Kramer Baretta originale o una Ibanez JEM di quegli anni. Ma il bello del DIY è proprio questo: possiamo ricreare quel vibe con le nostre mani.

Cosa Cercare in una Chitarra Usata (o Nuova)

Se state cercando una chitarra che abbia quel sapore anni ’80, ecco cosa dovreste considerare:

  • Humbucker al ponte: È quasi un prerequisito. Cercate chitarre con humbucker ad alta uscita, o prevedete di sostituirli. DiMarzio Super Distortion, Seymour Duncan JB, o EMG 81/85 sono ottimi punti di partenza.
  • Ponte con leva flottante: Un Floyd Rose (o una sua buona licenza) è fondamentale per le acrobazie tipiche di quel sound. Se non volete spendere subito per un originale, ci sono ottime alternative sul mercato che tengono bene l’accordatura.
  • Manico veloce: Un profilo sottile e una tastiera con tasti jumbo vi aiuteranno a raggiungere quelle velocità. Molte chitarre moderne, anche economiche, offrono già manici molto performanti.
  • Wood: Spesso si usava acero per il manico e tiglio (basswood) o ontano (alder) per il body. Questi legni tendono ad avere un suono più brillante e un attacco più rapido, perfetti per l’hard rock.

on abbiate paura di guardare anche a modelli più recenti che si ispirano a quel periodo. Molte case, come Ibanez, Jackson o Charvel, producono ancora chitarre con quelle specifiche, magari con qualche miglioria moderna.

Modificare la Tua Chitarra per un Sound Anni ’80

Il modo più divertente (e spesso economico) per ottenere quel sound è modify your guitar attuale. Ci sono passato anch’io, trasformando una Stratocaster economica in una macchina da rock.

Ecco alcuni passaggi che ho sperimentato:

  1. Cambio Pickup: Il primo e più importante upgrade. Se hai una Strat con single coil, potresti mettere un humbucker al ponte (la configurazione HSS è un classico) o addirittura due humbucker. Se hai già humbucker, prova modelli con un output più elevato e un suono più aggressivo. Questo è il cambio che ti darà il risultato più evidente.
  2. Installazione di un Tremolo Flottante: Questo è un passo più impegnativo. Se la tua chitarra ha un tremolo vintage, potresti volerlo sostituire con un Floyd Rose. Richiede fresature sul body e un po’ di lavoro di precisione. Se non ti senti sicuro, è meglio affidarsi a un liutaio o, se ti piace il fai da te, studia bene le guide e prendi le misure con molta attenzione. Io ho fatto questo passaggio su una chitarra di scarto prima di osare con quella “buona”.
  3. Settaggio del Manico: Se il tuo manico non è abbastanza veloce, potresti fargli un buon setup con un’action bassa e magari una lucidatura dei tasti. A volte, basta questo per migliorare la suonabilità.
  4. Elettronica Semplificata: Molte chitarre anni ’80 avevano un setup semplice: un volume, un tono, e via. Potresti considerare di semplificare il tuo wiring, magari eliminando un tono pot per avere un suono più diretto.

Ricorda, non è necessario spendere una fortuna. Con un buon pickup, un setup accurato e magari qualche modifica hardware mirata, puoi avvicinarti molto a quel sound che ha segnato un’epoca. Il bello del DIY è proprio questo: con un po’ di pazienza e gli strumenti giusti, puoi trasformare il tuo strumento nel tuo sogno sonoro.

Consiglio pratico: Amplificatore e Effetti

on dimentichiamoci che la chitarra è solo una parte dell’equazione. Per il sound anni ’80, l’amplificatore e gli effetti sono cruciali.

  • Amplificatori: Marshall JCM800 o JCM900 sono gli amplificatori per eccellenza di quel decennio. Oggi ci sono molti cloni o amplificatori che si ispirano a quel sound ad alto guadagno. Anche un buon pedale overdrive/distorsione può trasformare un amplificatore più pulito.
  • Effects: Chorus, Delay e Reverb erano onnipresenti. Un buon chorus analogico può darti quel suono ampio e scintillante, mentre un delay settato su tempi brevi aggiunge spessore. E non dimentichiamo il Wah!

L’insieme di questi elementi è ciò che crea la magia. Non focalizzatevi solo sulla chitarra, ma pensate all’intera catena del segnale.

Il Lascito delle Chitarre Anni ’80

Alla fine, cosa ci rimane di quelle chitarre anni 80? Non solo un’estetica un po’ sopra le righe, ma un’eredità di innovazione e di rottura con la tradizione. Hanno dimostrato che la chitarra elettrica poteva ancora evolversi, adattarsi a nuove esigenze musicali e spingere i limiti della performance.

Molti dei concetti introdotti in quegli anni – i manici veloci, i ponti flottanti ad alta stabilità, i pickup ad alta uscita – sono diventati standard o sono stati raffinati nei decenni successivi. Le Superstrat sono ancora oggi una delle tipologie di chitarra più popolari al mondo, a dimostrazione della validità di quelle intuizioni.

Per me, le chitarre di quel periodo sono un promemoria che non bisogna aver paura di sperimentare. Anche se all’inizio una certa estetica o un certo approccio tecnico ti sembrano strani, vale sempre la pena provare. Potresti scoprire una nuova dimensione sonora, un nuovo modo di esprimerti.

Quindi, la prossima volta che vedete una chitarra con forme appuntite, colori fluo e un Floyd Rose scintillante, non pensate solo a un oggetto kitsch. Pensate alla rivoluzione che ha rappresentato, alle mani che l’hanno suonata e alle notti passate in garage a cercare di capire come farla suonare al meglio. E se vi viene voglia di metterci mano, ricordate: se ce l’ho fatta io, potete farcela anche voi! Basta un po’ di voglia, qualche attrezzo, e la passione giusta.

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