Canzoni per chitarra elettrica anni ’50: 5 pietre miliari che hanno cambiato tutto

Quando pensiamo agli anni ’50, molti vedono subito immagini in bianco e nero, gonne a ruota, juke-box e macchine con alettoni esagerati. Ma per noi che armeggiamo con legni, fili e saldature, gli anni ’50 sono stati molto di più. Sono stati il decennio zero, il momento in cui la electric guitar è passata da curiosità a vera e propria forza della natura. È qui che è nata la musica che ancora oggi ci fa muovere il piede.

on è solo una questione di note o accordi. È la storia di come un pezzo di legno con dei pickup sopra sia diventato la voce di una generazione intera. E, credetemi, c’è un sacco da imparare da quei pionieri, anche se oggi costruiamo o modifichiamo strumenti con tecniche che loro potevano solo sognare. Quella voglia di sperimentare, di tirare fuori un suono nuovo, è la stessa che ci spinge nel nostro garage.

Il frastuono che ha svegliato il mondo: l’elettrica prende la scena

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Spesso si discute su quale sia stata la prima vera canzone rock and roll. Molti puntano il dito su “Rocket 88”. Ascoltandola oggi, magari non ti sembrerà chissà quale rivoluzione sonora. Ma mettetevi nei panni di chi l’ha sentita nel 1951.

Il riff di chitarra, suonato da Willie Kizart, è grezzo, distorto, quasi arrabbiato. La storia dietro a quel suono è leggendaria, e un po’ anche “alla Mimmo”. Si dice che l’amplificatore, un Fender Deluxe, sia caduto dal tetto della macchina durante il viaggio verso lo studio di registrazione di Sam Phillips (sì, quello della Sun Records). Il cono del diffusore si è strappato. Invece di cambiarlo, hanno pensato: “Ma sì, proviamo lo stesso”.

Il suono del danno

Quel danno ha creato una saturazione del segnale, un’armonia ricca di armoniche dispari che oggi chiamiamo distorsione. Un “errore” che ha aperto un mondo. Questo è il bello del DIY: a volte le soluzioni migliori nascono per sbaglio, o per necessità. Quante volte ci è capitato di provare un circuito venuto male e scoprire che “suona strano, ma è interessante”?

Kizart probabilmente usava una Gibson ES-125 o una Harmony H44, chitarre archtop semi-acustiche con pickup P-90 o simili. Niente di speciale per l’epoca, ma con quell’ampli maltrattato, il risultato è stato un suono sporco, cattivo, che urlava. Ha gettato le basi per tutto quello che è venuto dopo in termini di aggressività sonora.

Cosa impariamo

Da “Rocket 88” impariamo che non sempre serve l’attrezzatura perfetta o intonsa. A volte, un piccolo difetto, un cono strappato, un componente un po’ fuori specifica, può essere la chiave per un suono unico. È una lezione che ho imparato anch’io nel mio garage: non abbiate paura di sperimentare, anche con quello che “non dovrebbe” funzionare. Magari tirate fuori la vostra prossima grande idea per una modifica.

Per chi vuole provare a replicare un po’ di quel “grit” anni ’50 senza sfasciare un ampli (che sarebbe un po’ un peccato), un buon overdrive leggero, settato quasi come un boost, può fare il trucco. Cercate qualcosa che non “comprima” troppo il suono, ma lo lasci respirare, con un pizzico di fuzz.

2. “Johnny B. Goode” – Chuck Berry (1958): il riff immortale

If there is one canzone per chitarra elettrica che è l’emblema degli anni ’50, è “Johnny B. Goode”. Chuck Berry non ha inventato il rock and roll, ma di sicuro ne ha scritto il manuale d’istruzioni. Il suo modo di suonare era un mix esplosivo di blues, country e un’energia contagiosa che parlava direttamente ai giovani.

Il riff iniziale, quei doppi stop che saltano su e giù per la tastiera, è diventato uno dei più riconoscibili della storia. È un passaggio obbligato per chiunque prenda in mano una chitarra elettrica e voglia imparare a suonare qualcosa di iconico. E non è solo il riff: è il suo modo di suonare le strofe con un accompagnamento ritmico e melodico allo stesso tempo, di incastrare i bending e i vibrati.

La chitarra di Chuck: una Gibson con un segreto

Chuck Berry era quasi sempre visto con la sua fidata Gibson ES-350T, una chitarra semi-acustica con corpo sottile e due pickup P-90. Era una chitarra elegante, ma lui la faceva urlare. I P-90 sono single coil con un’uscita più alta rispetto ai tradizionali Fender, capaci di un suono brillante ma anche con un bel corpo quando spinti un po’.

La particolarità di Chuck era il suo approccio: usava l’amplificatore come parte integrante del suono, non solo come un megafono. Spesso si affidava a piccoli ampli combo, spinti al limite. Il risultato era un suono che tagliava il mix, con una certa “croccantezza” che lo rendeva inconfondibile.

L’arte del “lick”

Il suo stile non era fatto di assoli lunghissimi e complessi, ma di “licks” memorabili, piccole frasi musicali che entravano in testa e non se ne andavano più. Era un maestro della melodia e del ritmo, capace di far “cantare” la chitarra come pochi altri. Ancora oggi, ogni volta che sento quel riff, mi viene voglia di prendere in mano la mia Strat e provare a tirare fuori un suono simile. Non è facile, perché c’è un sacco di feeling lì dentro, ma è un ottimo esercizio per il timing e la precisione.

When talking about guitar modification, penso spesso a Chuck Berry. Lui non aveva effetti a pedale sofisticati. Il suo “effetto” era nelle mani, nel tocco, e nel modo in cui spingeva la sua Gibson e il suo ampli. Questo ci ricorda che a volte, prima di comprare l’ennesimo pedale, è utile concentrarsi su come interagiamo con lo strumento base.

3. “Hound Dog” – Elvis Presley (con Scotty Moore alla chitarra) (1956): il rockabilly prende il volo

on si può parlare di canzoni per chitarra elettrica anni ’50 senza menzionare Elvis Presley. O meglio, Scotty Moore, il chitarrista che ha definito il suono del Re. “Hound Dog” è un esempio perfetto del suo stile: pulito ma con un’energia pazzesca, pieno di bending e pattern veloci che sembravano quasi country, ma con un’attitudine rock.

Scotty Moore è stato uno dei primi veri “eroi della chitarra”. Il suo modo di suonare, con quei licks fulminanti e un timing impeccabile, ha influenzato generazioni di musicisti. Non era solo un accompagnatore, era una parte fondamentale del suono di Elvis, un vero e proprio co-protagonista.

La Gibson ES-295 e l’ampli di Scotty

La sua chitarra più celebre, almeno in quel periodo, era una Gibson ES-295 dorata. Era una hollow body, quindi una chitarra con cassa armonica, ma con pickup P-90 che le davano un suono brillante e potente. La ES-295, con il suo look inconfondibile e il vibrato Bigsby, era un gioiello.

Per gli amplificatori, Scotty usava spesso un combo EchoSonic di Ray Butts, un amplificatore che aveva anche un effetto di eco a nastro incorporato. Questo gli permetteva di avere quel leggero slapback delay che è diventato un marchio di fabbrica del rockabilly. Questo è un esempio di come l’attrezzatura, anche se “rudimentale” per i nostri standard, potesse essere usata in modo creativo per definire un genere.

Il tocco rockabilly

Il suo stile era una fusione di fingerpicking country, blues e un’incredibile capacità di creare assoli brevi ma incisivi. Ascoltate i suoi assoli: sono pieni di carattere, con note che “parlano”. Il bello è che non sono tecnicamente impossibili. Richiedono precisione, sì, ma soprattutto feeling.

Quando nel mio laboratorio mi capita di mettere mano a una chitarra con dei P-90, penso sempre a quel suono. Hanno una dinamica e una risposta che i moderni humbucker a volte faticano a replicare, soprattutto se cerchiamo quel “twang” ma con corpo. È un suono che ti insegna a usare il controllo del volume sulla chitarra per pulire o sporcare il suono, un’arte che spesso oggi si dimentica.

4. “Summertime Blues” – Eddie Cochran (1958): l’inno della gioventù ribelle

Eddie Cochran è stato un fulmine a ciel sereno nel panorama della musica degli anni ’50. Un talento purissimo, scomparso troppo presto. Ma ha lasciato un’eredità enorme, e “Summertime Blues” è forse il suo capolavoro. È una canzone per chitarra elettrica che parla direttamente alla frustrazione giovanile, con un riff potente e un’attitudine da urlo.

Il suo suono è crudo, diretto, quasi proto-punk. È uno dei primi esempi di chitarra che non si limita a fare l’accompagnamento o l’assolo, ma diventa una parte integrante della narrazione, quasi un personaggio. Il riff principale è semplice, basato su power chords, ma è dannatamente efficace.

La Gretsch 6120 e il suo “twang”

Eddie Cochran è indissolubilmente legato alla sua Gretsch 6120 Chet Atkins. Questa chitarra, con il suo corpo hollow body e i pickup Filter’Tron, aveva un suono molto particolare: brillante, con un sacco di “twang”, ma anche con una buona dose di corpo. Il vibrato Bigsby, poi, era la ciliegina sulla torta per i suoi effetti.

Le Gretsch di quel periodo erano strumenti bellissimi, con un’estetica molto definita. Erano spesso usate nel country, ma Eddie le ha portate nel rock and roll, dimostrando la loro versatilità. I Filter’Tron erano dei pickup humbucker, ma con un suono più aperto e meno compresso dei classici PAF Gibson. Questo li rendeva perfetti per quel mix di pulizia e grinta che caratterizzava Cochran.

Il “power chord” e l’atteggiamento

Il modo in cui Eddie usava i power chords, con quel leggero stacco tra una battuta e l’altra, dava un senso di urgenza, di rabbia controllata. E poi c’era la sua voce, che si alternava tra un canto sornione e un urlo liberatorio. “Summertime Blues” è la dimostrazione che non serve essere un virtuoso per creare qualcosa di immortale. Serve un’idea forte e la capacità di esprimerla con la chitarra.

Ho provato a replicare il suono di Eddie Cochran con la mia Gretsch Electromatic, e vi assicuro che la chiave è l’ampli. Serve un valvolare che possa saturare a volumi non esagerati, per ottenere quella compressione naturale senza perdere definizione. E un buon settaggio del tone sulla chitarra è fondamentale. Se volete provare a mettere mano all’elettronica della vostra chitarra per tirare fuori un po’ di quel “twang” ma con più corpo, magari giocando con i valori dei condensatori di tono, date un’occhiata qui: guitar modification. A volte basta davvero poco per cambiare il carattere di uno strumento.

5. “Rumble” – Link Wray & His Ray Men (1958): il suono proibito

Chiudiamo la nostra carrellata con un pezzo che è stato così controverso da essere bandito da diverse stazioni radio: “Rumble” di Link Wray. Questa non è solo una canzone, è una dichiarazione d’intenti. È il suono della ribellione, della violenza controllata, di un’aggressività che non aveva precedenti nella musica popolare.

“Rumble” è un brano strumentale, ma la chitarra di Link Wray parla chiaro. Non ci sono effetti sofisticati, solo un suono crudo, distorto, con un feedback che non era un errore, ma un elemento voluto. È la dimostrazione che a volte per fare rumore, basta un’idea, un po’ di coraggio e un amplificatore spinto al massimo.

Il “fuzz” artigianale di Link Wray

Si dice che Link Wray abbia ottenuto quel suono unico bucando i coni dell’altoparlante del suo amplificatore con una matita, o un cacciavite. Un po’ come Willie Kizart con “Rocket 88”, ma qui l’intento era deliberato. Voleva un suono più cattivo, più “fuzz”. E lo ha ottenuto a modo suo.

Ha usato diverse chitarre, tra cui una Danelectro U2, con i suoi caratteristici pickup “lipstick”, e anche una Les Paul. Ma la chitarra era quasi secondaria rispetto al trattamento che dava all’amplificatore. Era un pioniere dell’uso del feedback e della distorsione come elementi espressivi, non come rumore indesiderato. Ha aperto la strada a tutto il rock psichedelico, al garage rock, al punk.

Il brivido della trasgressione

Ascoltare “Rumble” è un’esperienza. Quel suono grave, minaccioso, con il vibrato lento e ipnotico. Ti fa capire che la musica non deve essere per forza “bella” nel senso tradizionale. Può essere potente, disturbante, e proprio per questo indimenticabile. È la quintessenza del “less is more” applicato al rumore.

Per noi che smontiamo e rimontiamo chitarre, Link Wray è un eroe. Ti insegna che non devi avere per forza il pedale fuzz boutique più costoso. A volte, un semplice circuito di boost spinto al massimo in un ampli valvolare, o anche solo un pickup con un’uscita più alta del normale, può darti quella grinta. Ho provato a replicare quel suono con un vecchio ampli a transistor e un boost fatto in casa, e anche se non è la stessa cosa, l’atteggiamento è quello. È il bello del DIY: puoi sperimentare, non hai paura di “rovinare” qualcosa, perché sai che puoi sempre aggiustare o rifare.

Il DNA del rock: cosa ci hanno lasciato le chitarre elettriche anni ’50

Queste cinque pietre miliari della chitarra elettrica non sono solo canzoni. Sono lezioni di storia, di ingegneria sonora e di puro istinto musicale. Ci mostrano come l’innovazione, sia essa accidentale o voluta, possa cambiare il corso delle cose.

Quello che i chitarristi degli anni ’50 ci hanno insegnato è che la chitarra elettrica non è solo uno strumento per suonare delle note. È un’estensione della nostra voce, un mezzo per esprimere emozioni, ribellione, gioia. E che, a volte, i suoni più memorabili nascono da un ampli rotto, da un’idea folle o da un’ostinata ricerca di qualcosa di nuovo.

L’eredità dei pionieri

Experimentation: Non abbiate paura di provare cose nuove, anche se sembrano “sbagliate”. Magari state per scoprire il vostro prossimo suono signature.
Simplicity: Spesso, il suono più efficace è quello più diretto. Non servono mille effetti se il riff e il tocco sono giusti.
Carattere dell’attrezzatura: Ogni chitarra, ogni ampli, ogni pickup ha una sua voce. Imparate a conoscerla e a usarla al meglio, invece di cercare di farla suonare come qualcos’altro.
Il tocco: Alla fine, la magia è sempre nelle mani. L’attrezzatura aiuta, ma è il modo in cui interagite con essa che fa la vera differenza.

Ho passato anni nel mio garage a cercare di capire come tirare fuori certi suoni, e spesso mi sono ritrovato a guardare indietro a questi maestri. Loro, con mezzi molto più limitati dei nostri, hanno creato un’intera lingua musicale. E la cosa più bella è che questa lingua è ancora viva, ancora in evolution, pronta per essere imparata e riscritta da ognuno di noi.

Quindi, la prossima volta che prendete in mano la vostra chitarra elettrica, pensate a quei ragazzi degli anni ’50. Pensate a Leo Fender che montava pickup su assi di legno, a Les Paul che segava chitarre a metà, a Link Wray che bucava coni. E ricordatevi che se ci sono riusciti loro con così poco, voi, con la vostra voglia di fare e gli strumenti che avete a disposizione, potete fare cose incredibili. Non abbiate paura di sbagliare, di rifare, di sporcarvi le mani. È così che si impara.

Per chi vuole approfondire la storia di questi strumenti e dei loro creatori, un’ottima risorsa è il libro “The Story of the Electric Guitar” di Michael Heatley, che offre uno sguardo dettagliato sull’evoluzione di questi strumenti e dei marchi iconici. È una lettura che consiglio a tutti gli appassionati, perché capire da dove veniamo ci aiuta a capire dove possiamo andare.

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